Il delitto di Garlasco
Nonostante una sentenza di Cassazione, l'Italia si divide ancora sul delitto avvenuto in via Pascoli nel 2007. L'ingresso di Andrea Sempio nell'inchiesta ha rimesso tutto in discussione
Nonostante una sentenza di Cassazione, l'Italia si divide ancora sul delitto avvenuto in via Pascoli nel 2007. L'ingresso di Andrea Sempio nell'inchiesta ha rimesso tutto in discussione
Il delitto di Garlasco
È uno dei casi di cronaca nera e giudiziaria che più hanno attirato e più attirano l’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Una storia di cronaca iniziata in una calda mattinata dell'agosto 2007 e un interrogativo che, nonostante una sentenza di Cassazione, sembra non avere risposta: “Chi ha ucciso Chiara Poggi? E perché?”. Per il delitto è in carcere il suo fidanzato dell’epoca, Alberto Stasi.
La cittadina della provincia pavese sale alla ribalta nazionale il 13 agosto 2007 quando Chiara Poggi, 26 anni, viene trovata senza vita nell’abitazione di famiglia, in via Pascoli. Il cadavere è rinvenuto dal fidanzato Alberto Stasi, di due anni più giovane. “Era già morta quando l’ho vista” dice agli inquirenti, raccontando di averla trovata riversa sulle scale.
Le indagini
Si mette in moto l’indagine, subito sotto la lente d'ingrandimento di telecamere e taccuini. Indagini con i mezzi dell’epoca: tabulati telefonici al setaccio, esame del Dna e rilievi nell’abitazione. Appare subito chiaro che non si debba cercare nel mondo della criminalità: non ci sono segni di effrazione e nemmeno di lotta. Chiara Poggi conosceva chi le ha tolto la vita. Gli inquirenti cominciamo a controllare alibi e vita di Alberto Stasi che dichiara di non aver lasciato tracce di sangue pur avendo camminato vicino al cadavere. Qualcosa non torna nel suo racconto.
Un mese dopo il delitto, il 18 settembre 2007, Alberto Stasi viene formalmente indagato con l’accusa di omicidio volontario. Da quel giorno, si intensificano analisi scientifiche su scarpe, computer e impronte. Diverse perizie evidenziano incongruenze: ad esempio, si scopre che i pedali della bicicletta di Stasi hanno tracce riconducibili a lui ma non corrispondenti con quelle trovate sulla scena del crimine.
La vicenda giudiziaria
Alberto Stasi finisce sotto processo. Il 17 dicembre 2009 arriva la sentenza di primo grado. A Vigevano il giovane viene assolto perché "il fatto non sussiste". L’accusa ricorre in Appello: il 6 dicembre 2011 la corte d’assise d’Appello di Milano conferma la decisione dei giudici di primo grado: Alberto Stasi è innocente. Il delitto di Garlasco sembra non avere colpevoli.
L’ultimo grado di giudizio rimette tutto in discussione. Il 18 aprile 2013 la Cassazione annulla l’assoluzione di Alberto Stasi e dispone un nuovo processo d’Appello, ritenendo che alcune prove non fossero state valutate correttamente. Tra queste: la camminata, le impronte sui pedali, la dinamica dell’omicidio.
Il 17 dicembre 2014 si apre il processo d’Appello bis: Stasi viene riconosciuto colpevole e condannato a 16 anni di reclusione. I giudici tengono in particolar conto di elementi come la camminata sulle scale della villetta e il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi. Otto anni dopo, arriva la parola definitiva sul caso giudiziario: il 12 dicembre 2015 la Cassazione conferma la condanna a 16 anni. Il giorno stesso Alberto Stasi entra in carcere.
Il delitto di Garlasco, la svolta del 2025
L'11 marzo 2025 Andrea Sempio riceve un avviso di garanzia per omicidio in concorso. Sempio all'epoca era un amico di Marco Poggi, fratello della vittima. La Procura di Pavia, guidata dal procuratore Fabio Napoleone e dal suo aggiunto Stefano Civardi, riapre il caso sulla base di nuove analisi del Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, ritenuto ora utilizzabile a fini giuridici.
Nel maggio 2025, la Procura dispone nuove perquisizioni, tra cui quella nell'abitazione di Andrea Sempio a Voghera. Durante la fine dell'estate 2026 le indagini si concentrano sul modo in cui sono state raccolte le prove. Clamoroso il caso del Dna sui pedali della bicicletta determinante per condannare Stasi ma invece frutto di un errore.
