Morte di Domenico, le tappe della vicenda
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Il ghiaccio sbagliato, un comune box frigorifero, un organo distrutto, i medici che non capivano l'inglese, un bimbo di 2 anni morto. Ecco cosa sappiamo del caso che ha sconvolto la sanità campana
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Lo scorso 21 febbraio è morto all'ospedale Monaldi di Napoli Domenico Caliendo, un bambino di 2 anni e 3 mesi. Era stato operato il 23 dicembre per un trapianto di cuore, ma l'organo ricevuto, trasportato male da Bolzano, era già compromesso prima ancora di entrare in sala operatoria. Sette medici sono indagati. La storia, ricostruita attraverso i primi dettagli che trapelano da verbali, testimonianze e atti d'inchiesta.
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Di cosa soffriva Domenico?
Il piccolo di due anni e tre mesi soffriva di Cmd, la cardiomiopatia dilatativa, una malattia del miocardio: si verifica quando il ventricolo sinistro è dilatato e fatica a contrarsi, con conseguente pompaggio del sangue inefficiente. Attendeva il trapianto da due anni e quando il 23 dicembre 2025 è arrivato per lui un organo compatibile, donato dal piccolo Moritz, nell'Ospedale San Maurizio di Bolzano, sembrava che la sua storia potesse avere un lieto fine. Dopo il trapianto, il cuore non ha mai ripreso a battere. Domenico è rimasto per oltre cinquanta giorni attaccato a una macchina (la cosiddetta Ecmo che consente il funzionamento extra corporeo di cuore e polmoni), finché i medici hanno escluso la possibilità di un secondo trapianto e, d'accordo con la famiglia, si è deciso di non proseguire con l'accanimento terapeutico.
Cosa è andato storto nella sala operatoria di Bolzano?
I testimoni ascoltati nell'inchiesta napoletana — infermieri, tecnici e capisala dell'ospedale San Maurizio di Bolzano — descrivono un clima incandescente nella sala operatoria altoatesina, con una serie di errori gravi e situazioni al limite dell'incredibile. Il primo problema sarebbe stato di tipo linguistico. L'équipe napoletana arrivata a Bolzano per estrarre il cuore dal donatore era composta in gran parte da persone che non parlavano inglese. Solo il secondo chirurgo napoletano riusciva a comunicare con i colleghi austriaci, giunti da Innsbruck per eseguire l'espianto di altri organi. I medici austriaci avrebbero ripreso più volte uno dei medici napoletani alle prese con l'espianto del cuore ma senza risultato, forse proprio a causa della barriera linguistica.
Il secondo problema si sarebbe presentato al momento del trasporto dell'organo. L'équipe napoletana è arrivata a Bolzano "stanca, infreddolita e sprovvista del corredo necessario". Non aveva i sacchetti adeguati per conservare il cuore del donatore. Al loro posto è stato usato un contenitore frigo comune, quello che un infermiere altoatesino ha definito "da spiaggia". E non è tutto: invece del ghiaccio normale, dentro quel contenitore è finito del ghiaccio secco, che raggiunge temperature intorno ai -80°C che risultano dannose per un organo da trapiantare.
La scena è ricostruita da più testimoni: un'infermiera di Bolzano racconta che uno dei dottori napoletani avrebbe chiesto del ghiaccio. Un collega del posto sarebbe andato in pre-sala, avrebbe preso una scatola di polistirolo con ghiaccio secco, gliel'avrebbe mostrata dicendo "questo abbiamo". Il ghiaccio è stato versato nella borsa frigo. La stessa infermiera ricorda di aver notato il fumo freddo tipico del ghiaccio secco e di aver chiesto al medico: "Va bene così?". La risposta è stata: "Mettetelo sotto e di lato al contenitore di plastica".
Contenitore frigo comune e non di ultima generazione, anche se l'ospedale Monaldi aveva già in dotazione questo tipo di box (del valore di 7mila euro l'uno e progettato appositamente per il trasporto di cuori). Box refrigeranti ultra moderni e digitali che come riporta "Il Mattino", sarebbero stati trovati in questi giorni in una scatola di cartone, in un armadio, nella stanza vicina al blocco operatorio di cardiochirurgia per adulti. Senza che nessuno li avesse mai usati perché il personale non era stato adeguatamente formato a usarli. Formazione su quei contenitori che sempre secondo le testimonianze, sarebbe arrivata solo dopo l'intervento su Domenico.
Cosa è andato storto nella sala operatoria di Napoli?
Anche qui, i verbali fotografano una sequenza di eventi drammatici. Il nodo centrale è la tempistica dell'espianto del cuore malato di Domenico. Secondo i testimoni, il chirurgo ha avviato e completato la rimozione del cuore del bambino prima che il nuovo organo fosse arrivato in sala operatoria. Tra i quattro e i quattordici minuti Domenico sarebbe rimasto senza cuore, in attesa di un organo che non era ancora lì. Quando il contenitore con il cuore proveniente da Bolzano è arrivato in sala, uno dei sanitari ha iniziato ad aprirlo. Subito si è reso conto che c'era un blocco compatto di ghiaccio. Rivolgendosi a un collega avrebbe detto: "Ma ma qua è tutto ghiacciato". E l'altro avrebbe risposto: "Ma come è che è tutto ghiacciato, che vuol dire?". Poi, rivolgendosi agli altri presenti, in napoletano: "Ma comm'è già a levato o core?". Il cuore di Domenico era già stato rimosso.
Per circa venti minuti i medici hanno cercato di scongelare il contenitore usando acqua fredda, tiepida e calda. Le infermiere si sono ritrovate con i polpastrelli bruciati dal ghiaccio. Alla fine il chirurgo avrebbe estratto le tre buste con il cuore, e trovandole congelate, avrebbe tentato di scongelarle con una siringa e acqua calda. La sua valutazione, pronunciata ad alta voce, sarebbe stata netta: "È una pietra di ghiaccio, durissima. Questo cuore non farà neanche un battito". L'intervento è andato avanti comunque, per la disperazione, dicono i testimoni, di non poter fare altro.
Come si sono comportati i medici dopo il trapianto?
I genitori di Domenico - Antonio Caliendo e Patrizia Mercolino - non sono stati informati di quello che era accaduto in sala operatoria. Nessuno ha spiegato loro del cuore ghiacciato, dell'organo inutilizzabile, degli errori nella catena del trasporto. All'interno dell'ospedale, invece, la situazione era tutt'altro che tranquilla. Una testimone riferisce di una riunione convocata dal cardiochirurgo dopo che il caso era diventato di dominio pubblico grazie a un'inchiesta giornalistica partita dal "Mattino" dai toni piuttosto minacciosi e concitati.
Perché i medici consultati a febbraio hanno escluso un secondo trapianto?
Il 14 febbraio 2026, l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha dichiarato Domenico "non più trapiantabile". Nelle settimane precedenti, a partire da inizio febbraio, era emerso che il bambino versava in condizioni troppo gravi dopo circa due mesi trascorsi attaccato alla macchina Ecmo. Il 18 febbraio i medici hanno ufficialmente escluso la possibilità di sottoporlo a un nuovo intervento. Il 20 febbraio il Monaldi ha comunicato un ulteriore peggioramento del piccolo paziente. La famiglia e i medici hanno concordato di non proseguire con l'accanimento terapeutico. Domenico è morto il 21 febbraio.
Quando i genitori di Domenico hanno saputo che qualcosa non andava?
I genitori di Domenico non sono stati informati nell'immediato. La consegna del silenzio, come emerge dai verbali, sarebbe stata totale. Sono stati tenuti all'oscuro di quanto accaduto in sala operatoria il 23 dicembre: il cuore ghiacciato, i minuti senza organo, le manovre disperate per scongelare il cuore. A rompere il muro è stata la stampa. Il "Mattino" di Napoli ha pubblicato uno scoop il 7 febbraio, raccontando per primo la storia del cuore bruciato dal ghiaccio secco. Quella notizia ha dato il via a tutto: l'attenzione pubblica, le dichiarazioni ufficiali, le indagini della magistratura. I genitori hanno presentato una denuncia all'inizio di febbraio, dopo che il caso era diventato di dominio pubblico. L'11 febbraio 2026 la Procura di Napoli ha aperto un'inchiesta. Le indagini sono condotte dal pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci.
Quanti sono i sanitari indagati e per quali reati?
Al momento risultano indagati sette medici del Monaldi. L'avvocato della famiglia di Domenico ha chiesto che l'ipotesi di reato venga aggravata, trasformandola da omicidio colposo in omicidio volontario con dolo eventuale: la tesi del legale è che ci sarebbe stata una volontà di occultare la verità e non un semplice difetto di comunicazione, per nascondere le colpe mediche dall'inizio al tragico epilogo della vicenda.
Cosa rischiano i medici adesso?
Sul piano giudiziario, i sette sanitari indagati rischiano di dover rispondere di omicidio volontario: disciplinato dall'articolo 575 del codice penale, prevede una pena minima di 21 anni di reclusione, che può aumentare ulteriormente in presenza di aggravanti. La difesa tipica in questi casi punta a dimostrare che l'imputato non ha accettato l'evento morte, ma ha agito con imprudenza o imperizia confidando di evitarlo: in questo modo si mirerebbe a ottenere una riqualificazione del reato da omicidio volontario a omicidio colposo, con pene sensibilmente inferiori. Sul piano professionale e umano, intanto, le conseguenze si stanno già manifestando. Dopo che la vicenda è diventata pubblica, il Monaldi è stato investito da una pioggia di disdette: molti pazienti hanno annullato appuntamenti e interventi programmati, scegliendo di rivolgersi ad altri ospedali. I medici del reparto hanno ricevuto insulti, anche attraverso i canali social e telefonici dell'ospedale.