Caso Regeni, attese le sentenze per gli 007 egiziani: chiesti un ergastolo e tre condanne a 17 anni
La Procura ha richiesto il fine pena mai per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l'uomo che ha materialmente ucciso il ricercatore 28enne scomparso il 25 gennaio 2016 poi ritrovato morto il 3 febbraio dello stesso anno con evidenti segni di violenza
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Tremilaottocentonovanta giorni. Sono trascorsi quasi undici anni da quando Giulio Regeni fu trovato morto in Egitto con evidenti segni di violenze e torture sul corpo. A quasi 4mila giorni di distanza, e dopo vari stop al processo per la morte del ricercatore, è attesa una prima "verità" processuale sul caso che, per anni, ha tenuto l'Italia - e la famiglia Regeni - col fiato sospeso. Lunedì 28 settembre la corte d'Assise di Roma è infatti chiamata a decidere e a emettere una prima sentenza sulla richiesta avanzata dalla Procura nei confronti dei quattro imputati. Per loro, tutti appartenenti ai servizi segreti del Cairo, il 23 giugno scorso l'aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere. La sentenza è attesa per le 18.
Legale genitori Regeni: "Stare qui è una vittoria, ma non ci accontentiamo"
"Siamo qui oggi nonostante questo faticosissimo percorso a ostacoli, in salita. Grazie a tutti, alla scorta mediatica e al popolo giallo. In pochi avrebbero scommesso che saremmo a un processo e poi a una sentenza. Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo". È quanto detto dall'avvocata Alessandra Ballerini, prima di entrare in aula a piazzale Clodio assieme ai genitori e alla sorella di Giulio Regeni. "Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto però questa famiglia è resistente. I Regeni lo hanno fatto per noi e se oggi i nostri diritti valgono un po' di più è merito loro", ha aggiunto.
Chi era Giulio Regeni
Classe 1988, Giulio Regeni era un ricercatore italiano. Nello specifico, il giovane - allora 28enne - era un dottorando dell'Università di Cambridge. Nel 2015 Regeni si recò al Cairo, in Egitto, per effettuare una ricerca sui sindacati indipendenti e sul movimento dei venditori ambulanti. La sua attività lo portò a entrare in contatto con persone considerate dalle autorità egiziane come "potenzialmente sensibili". A causa di quest'ultimo fatto, secondo la ricostruzione della Procura italiana, nei mesi precedenti alla sua scomparsa lo studioso sarebbe stato sottoposto a controlli e sorveglianza.
La scomparsa e le ricerche
Il 25 gennaio del 2016, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana del 2011, Regeni scompare nei pressi del Cairo. Le sue ultime tracce vengono collocate nella zona di Piazza Tahir. La sua famiglia, preoccupata per l'impossibilità di mettersi in contatto con lui, inizia una prima fase di ricerca del giovane supportata dai suoi amici. Le autorità italiane vengono progressivamente coinvolte.
Il ritrovamento del corpo e la prima autopsia
Nove giorni dopo, era il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio viene ritrovato lungo la strada che collega il Cairo ad Alessandria d'Egitto. La salma, priva di vestiti, presenta numerose lesioni visibili a occhi nudo: lividi, ferite, bruciature e fratture. L'autopsia effettuata in Egitto esclude sin dal primo momento che quella di Giulio possa essere una morte accidentale.
Le false piste sul movente
Fin dall'inizio le autorità egiziane sostengono spiegazioni differenti sulla morte del giovane ricercatore. Tra le ipotesi figurano anche un omicidio legato alla sua vita privata e una vicenda collegata a criminalità e spionaggio. Il 4 febbraio, per esempio, un esponente della polizia egiziana esclude categoricamente l'ipotesi di un'azione violenta e attribuisce la morte del 28enne a un incidente stradale.
L'autopsia e le indagini italiane
La salma di Giulio rientra in Italia il 7 febbraio e viene sottoposta a una nuova autopsia. L'esame autoptico documenta un quadro estremamente grave di violenze e, da quel momento, l'ipotesi che il ricercatore sia stato sequestrato, torturato e infine ucciso si fa sempre più concreta. La procura di Roma apre un'indagine.
La scarsa collaborazione egiziana
Per indagare al meglio su quanto accaduto a Giulio, i magistrati italiani chiedono all'Egitto l'invio di tabulati telefonici, immagini delle telecamere di videosorveglianza, testimonianze, informazioni su possibili sorveglianti e la documentazione relativa alle indagini egiziane. Nell'aprile 2016, inoltre, Roma invia una rogatoria internazionale con una serie di richieste investigative. Arrivano però soltanto alcune informazioni, la collaborazione rimane problematica.
2018, i primi indagati
Il 4 dicembre 2018 la procura di Roma iscrive nel registro degli indagati cinque uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. L'ipotesi è quella di concorso in sequestro di persona. Gli investigatori italiani non considerano più soltanto una generica responsabilità, ma individuano persone specifiche.
2020, si interrompe la collaborazione giudiziaria tra Italia ed Egitto
Il 30 novembre 2020 la collaborazione tra magistrati italiani ed egiziani si interrompe definitivamente. L'Italia ritiene di aver raccolto elementi sufficienti per procedere nei confronti di quattro dei cinque indagati. Si tratta di Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. L'Egitto, di tutta risposta, non collabora alla consegna degli imputati.
Il rinvio a giudizio e l'impossibilità a procedere
Il 25 maggio 2021 il giudice per le indagini preliminari di Roma dispone il rinvio a giudizio dei quattro imputati con l'accusa di sequestro, tortura e uccisione di Giulio. Gli imputati, però, non sono in Italia e non possono essere raggiunti personalmente dagli atti del processo. La Corte d'Assise decide così di rimandare il procedimento al giudice per l'udienza preliminare, il processo rischia di non poter partire perché la giustizia italiana deve garantire anche il diritto di difesa degli imputati.
Interviene la Corte costituzionale, inizia il processo
La situazione rimane bloccata fino al 2023. Il 3 aprile di quell'anno la Procura chiede il coinvolgimento della Corte costituzionale per superare il blocco. La Consulta interviene e sblocca il procedimento. Si tratta di una tappa fondamentale in quanto permette alla giustizia italiana di procedere nonostante l'assenza degli imputati. Così, il 20 gennaio 2024 il processo per la morte del ricercatore riparte davanti alla Prima Corte d'Assise di Roma.
L'accusa
La Procura sostiene che Giulio sia stato sorvegliato dagli apparati di sicurezza egiziani per poi essere sequestrato, sottoposto a torture e, infine, ucciso. Un elemento importante dell'accusa è la ricostruzione della sorveglianza precedente al sequestro del 28enne. I pm sostengono che attorno a Regeni fosse stata costruita una vera e propria rete di controllo legata a un'errata percezione della sua attività di ricerca interpretata come attività di intelligence ostile.
Un nuovo blocco, interviene ancora la Consulta
Il 23 ottobre 2025 il processo viene interrotto nuovamente. Alla Corte costituzionale viene sollevata una questione riguardante il diritto di difesa degli imputati e la possibilità di nominare consulenti tecnici. Qualche mese dopo, il 30 gennaio 2026, la Corte costituzionale accoglie la questione relativa al diritto di difesa. Viene superato il problema riguardante la possibilità per i difensori degli imputati di avere consulenti tecnici finanziati dallo Stato. Il processo riparte nel febbraio 2026.
Le richieste della Procura
Il 23 giugno scorso la procura di Roma ha concluso la propria requisitoria e chiesto le pene per i quattro imputati. Per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l'uomo che ha materialmente ucciso Giulio Regeni, è stato chiesto il carcere a vita. Per gli altri tre imputati - Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr - sono state chieste pene pari a 17 anni e mezzo di carcere. La sentenza è attesa per le 18
