LA RELAZIONE DELL'UNIVERSITà DI FIRENZE

Frana di Niscemi, il rapporto degli esperti: "Il rischio resta elevato, la scarpata può arretrare ancora"

Nelle pagine si alternano le analisi geologiche e storiche, i dati satellitari e geofisici, per concludere con gli interventi per ridurre i rischi 

09 Mar 2026 - 11:59
 © Ansa

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A Niscemi, "il quadro complessivo delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari indica che il rischio rimane elevato per la frana nel suo complesso e che il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente". Sono le parole dei professori dell’Università di Firenze, incaricati dal Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del consiglio di scrivere un rapporto sul disastro che ha colpito il paese in provincia di Caltanissetta in gennaio. Nelle pagine si alternano le analisi geologiche e le ricostruzioni storiche, che risalgono fino al 1790, i dati satellitari e le indagini geofisiche, per concludere con le valutazioni del rischio e gli interventi per ridurlo e tenerlo sotto controllo. 

"Si ipotizza un ulteriore arretramento"

 "L’analisi dei dati satellitari post-evento mostra come il centro abitato presenti condizioni di sostanziale stabilità. Tuttavia, la frana, e in particolare la sua scarpata principale che borda il paese, è suscettibile di evoluzione retrogressiva": la frana, quindi, potrebbe ancora arretrare. Sono le conclusioni del gruppo di esperti guidati da Nicola Casagli, ordinario di Geologia Applicata all'Università di Firenze e presidente del Centro per la Protezione Civile dello stesso ateneo, tra i massimi conoscitori di frane al mondo.

La frana di Niscemi

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"Sulla base delle geometrie osservate - continua il rapporto - del confronto con la frana del 1997 e dell’evento storico del 1790, è plausibile ipotizzare un ulteriore arretramento del ciglio di scarpata di alcune decine di metri", soprattutto in caso di nuove piogge significative. Un'evoluzione che "potrebbe coinvolgere ulteriori edifici in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica".

La fascia interdetta è stata da poco ridotta da 150 a 100 metri rispetto al ciglio della frana, consentendo a 700 persone di rientrare nelle loro case. Quest'area varia a seconda di un coefficiente di sicurezza: quello fissato dalla normativa (1.25) farebbe ridurre la zona rossa a 58 metri, ma al momento prevale un approccio di prudenza, con un margine più ampio.

Le cause del disastro

 Nella relazione vengono analizzate anche le cause della frana, oggetto anche dell’indagine penale della Procura di Gela: oltre al "contrasto di permeabilità tra sabbie e argille", hanno giocato un ruolo i "processi erosivi" alla base della collina su cui si regge il paese, determinati dall'acqua che scende dalla città per poi incanalarsi nel torrente Benefizio e disperdersi nei terreni sottostanti.

Poi, "l’erosione al piede ha progressivamente ridotto il confinamento laterale, determinando una diminuzione del coefficiente di sicurezza. Le precipitazioni antecedenti agli eventi, pur non eccezionali in termini assoluti, hanno probabilmente contribuito... in un contesto già prossimo alle condizioni di rottura. La concomitanza - sottolineano - di cause geologiche strutturali, idrogeologiche ed erosive configura un meccanismo di innesco multifattoriale, coerente con quanto osservato negli eventi storici precedenti".

Le origini storiche della frana

 Nel rapporto sono state approfondite anche le origini storiche del fenomeno: "La frana di Niscemi rappresenta la riattivazione e l’ampliamento di un sistema franoso profondo noto e storicamente documentato, che interessa i margini del terrazzo su cui sorge l’abitato".

L'episodio del 16 gennaio, seguito da un secondo il 25-26 gennaio 2026, aggiungono gli esperti, "si inserisce in una dinamica di instabilità di lungo periodo", e proseguono spiegando che "l’evento del 1790, caratterizzato da movimenti di eccezionale entità e da manifestazioni di vulcanismo sedimentario, e quello del 1997, riattivazione di un corpo di frana profondo, costituiscono precedenti diretti dell’evento del 2026". Quest’ultimo, dunque, "si inserisce in un’evoluzione pluridecennale e plurisecolare del versante".

Gli eventi del gennaio 2026 hanno provocato "un fronte di instabilità di circa 4,7 chilometri lungo il margine dell’abitato" con un volume di "oltre 80 milioni di metri cubi": una frana di dimensioni eccezionali. Quello di Niscemi non è stato un crollo improvviso, ma uno scivolamento durato una giornata: "La velocità del movimento fra il 25 e il 26 gennaio è stata dell’ordine del metro all’ora, corrispondente a una velocità “moderata”, tipica di scivolamenti composti". 

"Impossibile una stabilizzazione definitiva con interventi strutturali"

 Quanto agli interventi per ridurre o tenere sotto controllo il rischio, "alla luce delle più recenti evidenze di campo e delle indagini in corso", si stabilisce "l’impossibilità di conseguire una stabilizzazione definitiva dell’intero sistema di versante mediante interventi strutturali estensivi". 

Non solo per "valutazioni di natura economica o di rapporto costi-benefici", ma soprattutto perché il "fenomeno coinvolge volumi molto estesi e superfici di scivolamento profonde", per le sabbie e le argille che compongono il terreno e per "la dinamica regressiva" della frana, "con arretramento della scarpata e continua riorganizzazione, che rende incerti gli effetti a lungo termine di eventuali interventi di stabilizzazione".

E ancora, per il ruolo dell’"erosione al piede dei versanti e l’infiltrazione diffusa delle acque" e per "l’influenza di processi deformativi profondi" e "degli eventi meteorologici intensi, che possono determinare rapide variazioni delle condizioni di stabilità".

Gli interventi per tenere sotto controllo il rischio

 Dunque, cosa si può ancora fare? La gestione della frana "impone quindi un approccio graduale, differenziato e adattivo", scrivono gli esperti. "Nel medio periodo, la strategia di mitigazione dovrà concentrarsi sui processi che contribuiscono all’evoluzione della frana": gli obiettivi sono "ridurre l’infiltrazione proveniente da monte, intercettare i flussi idrici prima che penetrino nella massa destabilizzata, captare e canalizzare le emergenze nei punti a maggiore portata, proteggere il piede del versante dall’erosione, intervenire sulla stabilizzazione e sull’impermeabilizzazione di aree critiche", come "l’alveo del torrente Benefizio".

Niscemi, il fenomeno dietro la frana

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Obiettivi da raggiungere con interventi come "opere di regimazione idraulica" con "interventi di stabilizzazione delle sponde", "il miglioramento e la manutenzione della rete di drenaggio urbano e la separazione efficace delle acque meteoriche e reflue dal corpo di frana". E ancora, "la manutenzione delle superfici e la protezione dei versanti", l'uso di "sistemi di drenaggio superficiale e profondo", "interventi di ingegneria naturalistica e la gestione della copertura vegetale", per ridurre l’erosione. Questi interventi, ricordano gli esperti, "non sono in grado di stabilizzare la frana, ma contribuiscono a rallentarne l’evoluzione e a ridurre la probabilità di riattivazioni e accelerazioni del movimento". 

Gli interventi di breve periodo per la sicurezza

 "Nel breve periodo - sottolineano gli esperti - la priorità assoluta rimane la salvaguardia della pubblica incolumità", per cui è necessario "mantenere attive le ordinanze di inagibilità per gli edifici in prossimità del ciglio della scarpata, confermare una fascia di interdizione di almeno 100 metri dal margine della scarpata, con possibilità di aggiornamento sulla base dei risultati del monitoraggio e delle indagini, prevedere la delocalizzazione degli edifici entro una fascia di 50 metri dal margine della scarpata".

Infine, nelle conclusioni il rapporto raccomanda "potenziare il sistema di monitoraggio" nel luogo con "inclinometri profondi e piezometri per il controllo delle pressioni", "realizzare drenaggi profondi per ridurre i fattori di innesco idraulici", "eseguire interventi di protezione al piede dei versanti per contrastare l’erosione fluviale", "mantenere e aggiornare le fasce di rispetto in base all’evoluzione del quadro monitorato dai sensori satellitari". 

La gestione della frana di Niscemi "si potrà quindi basare su una strategia adattiva che sappia coniugare la sicurezza immediata della popolazione con una pianificazione territoriale di lungo periodo, resiliente rispetto alla naturale dinamica evolutiva di questo versante". Conclusioni e valutazioni, come scrivono gli esperti, simili a quelle formulate "dal Comitato Tecnico Scientifico in occasione della riattivazione del 1997" in un rapporto pubblicato nel 2000, più di venticinque anni fa.

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