L'indagine sulla morte del piccolo Domenico: un buco di 45 giorni prima dell'allarme e tutte le domande senza risposta
Il trapianto fallito il 23 dicembre, il team di specialisti riunito solo il 6 febbraio. La famiglia: "Senza ritardi e omissioni si poteva salvare"
monaldi domenico mamma patrizia combo © Tgcom24
Ben 59 giorni di agonia, una madre che ha scoperto dai giornali cosa era successo al suo bambino, un cuore bruciato da un errore umano e un vuoto di 45 giorni in cui nessuno specialista si è riunito per valutare le condizioni di Domenico. Mentre la procura di Napoli ha avviato le indagini e si prepara a nominare i consulenti per l'autopsia, i documenti sulla degenza del piccolo iniziano a restituire un quadro inquietante, fatto di silenzi, ritardi e domande che attendono ancora risposta. La peggiore delle quale è sempre una: il piccolo di due anni morto all'ospedale Monaldi si sarebbe potuto salvare se i medici avessero agito diversamente?
Il trapianto fallito
Come ricostruisce "La Stampa", il 23 dicembre Domenico viene sottoposto a un trapianto di cuore. L'operazione va male. Per tenerlo in vita viene attaccato all'Ecmo, la circolazione extracorporea, in attesa di un nuovo trapianto. Il cuore che gli era stato impiantato era danneggiato: era stato "congelato" per errore durante il trasporto. L'errore era avvenuto nella sala operatoria dell'ospedale San Maurizio di Bolzano, dove una cardiochirurga e un assistente del Monaldi si erano recati come da prassi per eseguire l'espianto. Durante il trasporto si era reso necessario una aggiunta di ghiaccio nel frigo isotermico, e qualcuno aveva riversato nella box del ghiaccio secco senza accorgersene. Ghiaccio secco e non normale che avrebbe danneggiato in modo irreparabile il prezioso organo.
Il buco di 45 giorni
A questo punto della vicenda si formano i primi interrogativi. Dopo il trapianto fallito del 23 dicembre, la prima riunione ufficiale dell'Heart Team per valutare le condizioni di Domenico viene convocata solo il 6 febbraio — 45 giorni dopo. E a quella prima riunione partecipano soltanto i medici curanti del bambino, come spiega il medico legale Luca Scognamiglio, nominato dalla famiglia. L'11 febbraio il tavolo viene allargato ad altri specialisti del Monaldi. Solo il 18 febbraio arrivano al capezzale di Domenico i super esperti provenienti dai principali centri trapianti italiani, che escludono categoricamente ogni possibilità di un nuovo trapianto di cuore: valutano in meno del 10% le possibilità di riuscita di un secondo trapianto di cuore.
Per la famiglia, quei 45 giorni di attesa hanno avuto un peso decisivo. L'avvocato Francesco Petruzzi ricorda che, tenere un bambino attaccato all'Ecmo per 45 giorni, quando la letteratura medica indica un tempo massimo di 20-30 giorni, avrebbe ridotto la finestra terapeutica disponibile per esplorare altre strade. Una su tutte: il Berlin Heart, quel cuore artificiale pure citato a un certo punto della vicenda come possibile opzione che avrebbe potuto consentire a Domenico di resistere in attesa di un nuovo organo. "Se gli fosse stato applicato, ce l'avrebbe fatta a ricevere un nuovo cuore", sostiene Petruzzi.
I documenti incompleti
L'avvocato della famiglia ha studiato la documentazione inviata dall'ospedale. E ha già rilevato un'anomalia: manca una parte, il diario di perfusione, il tracciato della circolazione extracorporea che indicherebbe il momento esatto in cui il cuore di Domenico è stato rimosso, prima che venisse impiantato quello danneggiato. Le fasi dell'intervento sono descritte in ordine cronologico, ma senza il minutaggio preciso — un dettaglio che potrebbe essere determinante per ricostruire la sequenza degli eventi. Per questo Petruzzi ha annunciato di tornare in procura per segnalare l'anomalia e chiedere ai magistrati di acquisire il documento.
Chi ha messo il ghiaccio secco?
Un altro nodo tutto da chiarire è quello che riguarda l'espianto e il trasporto del cuore, da Bolzano a Napoli. Il team del Monaldi, in un audit mai reso pubblico, sostiene che il ghiaccio secco sia stato maneggiato da personale di sala dell'ospedale San Maurizio, l'ospedale trentino. Ma secondo i protocolli, ogni aspetto relativo all'espianto e al trapianto di cuore è in carico al team dell'ospedale del paziente ricevente — in questo caso il Monaldi. Da audit condotti a Bolzano è inoltre emerso che il team di Napoli avrebbe avuto difficoltà già durante la fase dell'espianto, e che un'altra equipe presente in sala per espianti di altri organi sarebbe intervenuta in supporto.
I dubbi sul cardiochirurgo
Resta da chiarire anche il comportamento del cardiochirurgo che ha eseguito il trapianto, già tra gli indagati. La procura dovrà stabilire se avesse dovuto attendere l'arrivo della box con il cuore donato, verificarne le condizioni e solo dopo procedere alla rimozione del cuore di Domenico. O se, al contrario, abbia agito correttamente secondo i protocolli, rimuovendo il cuore del bambino prima di vedere l'organo donato, ritrovandosi poi nella condizione drammatica di dover impiantare comunque quello danneggiato nel trasporto.
L'autopsia e i prossimi passi
L'autopsia sul corpo di Domenico, e in particolare l'esame del cuore, sarà un passaggio cruciale dell'inchiesta. Nelle prossime ore la procura nominerà il pool di consulenti che eseguirà l'esame irripetibile. Anche la famiglia si organizzerà: il medico legale Scognamiglio sarà affiancato da un anatomopatologo, mentre è ancora in valutazione il contributo di un cardiochirurgo. Nel frattempo mamma Patrizia è rimasta a casa. Non ha più bisogno di varcare la soglia del Monaldi.
