Proteste in Italia, i dubbi dei penalisti: "La repressione non è la strada giusta"
Su fermi, perquisizioni e denunce per le manifestazioni del weekend da Torino a Bologna parla Francesco Petrelli, presidente dell'Unione Camere Penali Italiane
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I quasi 400 fermi, tra cui un centinaio di minorenni, le 250 perquisizioni in 24 ore, gli arresti e le denunce per le manifestazioni nelle varie città italiane spingono i penalisti a parlare di "volontà di innalzare il livello della risposta repressiva". "Non credo che sia la strada giusta da seguire sia sotto il profilo della risposta giudiziaria sia sotto quello della introduzione di nuove norme che entrano in tensione con principi costituzionali della determinatezza e della personalità della responsabilità penale", sottolinea Francesco Petrelli, presidente dell'Unione Camere Penali Italiane, che evidenzia: "La risposta ai fenomeni devianti deve essere proporzionata e in questo caso vediamo che c'è piuttosto una risposta di tipo simbolica per mostrare la muscolarità della risposta da parte del governo".
Repressione delle proteste, i dubbi dei penalisti
Di sicuro, secondo il presidente dell'Ucpi, è "che il fenomeno sia diverso e distante dalle drammatiche vicende del terrorismo degli Anni di piombo: lo dimostra la presa di distanza dalla violenza da parte di molti manifestanti. Il nostro punto di vista resta lo stesso: il Paese è dotato di forze dell'ordine preparate e abbiamo un ordinamento fornito di un ventaglio di norme penali sostanziali che prevedono già pene altissime rispetto ad altri Paesi e norme penali processuali che già consentono una risposta efficace anche rispetto ai più allarmanti fenomeni di eversione politica".
Non si sbilancia, invece, sulle contestazioni mosse a Youssef Siher, presunta mente del Movimento 17 ottobre che ha promosso le recenti proteste sfociate nelle violenze. Il trentenne fermato è accusato di istigazione a delinquere con l'aggravante della finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (il nuovo reato introdotto con il decreto sicurezza approvato questa settimana).
"Non sono in grado di valutare nel merito - premette Petrelli. - Il sospetto che viene è che ci sia una strumentalizzazione di queste vicende giudiziarie in un contesto in cui si punta alla rassicurazione del pubblico e alla dimostrazione della necessità di nuove misure sicuritarie". Per il presidente dell'Unione Camere Penali, "bisogna attendere le decisioni dei giudici, ma non si può escludere che possano esserci delle sopravvalutazioni dei profili soggettivi e della storia personale dell'indagato rispetto alla oggettiva gravità delle condotte".
Sulla stessa scia l'ex capo della polizia Franco Gabrielli: "Se tutto si riduce alla repressione, non abbiamo capito la complessità che abbiamo davanti e non possiamo ottenere risultati effettivi e duraturi. In quattro anni otto decreti sicurezza e un profluvio di norme penali che, dal mio punto di vista, non hanno cambiato molto la realtà". Gabrielli ha, dunque, sottolineato la necessità di affiancare agli strumenti repressivi interventi sulle cause sociali dell'insicurezza e sulla condizione giovanile.
