A OTTO ANNI DALLA TRAGEDIA

Ponte Morandi, è il primo anniversario dopo la sentenza | Possetti a Tgcom24: "Le condanne fungano da deterrente per i top manager"

La presidente del Comitato Ricordo Vittime: "Gli amministratori delegati capiscano che la loro responsabilità è realmente elevata. In Italia dobbiamo riuscire a innescare dei meccanismi di correttezza"

di Marta Di Donfrancesco
14 Ago 2026 - 06:45
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Quasi quattro anni di indagini seguiti da quattro anni di processo, per un totale di otto anni in attesa di una sentenza. E alla fine è arrivata: il 16 luglio 2026 il tribunale di Genova ha condannato 32 persone nel processo di primo grado sulla tragedia del Ponte Morandi, il viadotto autostradale del capoluogo ligure che il 14 agosto 2018 crollò provocando la morte di 43 persone. I reati contestati sono diversi: crollo colposo, omicidio colposo e omicidio stradale tra gli altri. Tra i 57 imputati (di cui 25 non condannati) ci sono anche ex dirigenti e tecnici di Autostrade per l’Italia (Aspi) e Spea Engineering, le due società incaricate del controllo dello stato di usura del ponte che avrebbero dovuto commissionare gli interventi di manutenzione della struttura. Secondo l'accusa, buona parte degli imputati sarebbe stata a conoscenza dei segnali di degrado del ponte, ma non avrebbe investito nella manutenzione per farne risparmiare i costi all’azienda, aumentando così i suoi profitti. 

Le condanne

 Il tribunale di Genova ha condannato in primo grado, tra gli altri, l'ex capo delle manutenzioni di Aspi, Michele Donferri (undici anni di carcere), i due ex dirigenti di Spea Maurizio Ceneri ed Emanuele De Angelis (dieci anni); l’ex direttore delle manutenzioni di Aspi Gabriele Camomilla è stato invece condannato a sei anni; per Paolo Berti (ex direttore centrale operazioni di Aspi) e Antonino Galatà (ex amministratore delegato di Spea) cinque anni e sei mesi. La condanna più pesante è arrivata per il principale imputato, Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia: 12 anni. Una sentenza che, secondo quanto spiegato a Tgcom24 dalla presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, Egle Possetti - che nella tragedia ha perso sua sorella, il marito di lei e i loro due figli -, "ha ridato un po' di speranza".  

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Presidente Possetti, dopo otto anni di attesa è arrivata la sentenza di primo grado.
Siamo in una fase molto importante perché, con la sentenza del 16 luglio, siamo arrivati a un punto fermo della nostra vicenda. Da tanto aspettavamo questo momento, che sicuramente ha ridato un po' di speranza, perché il fatto che ci siano state delle condanne in posizioni da noi ritenute molto importanti ci ha un po' sollevato l'anima. Insomma, è un momento importante e allo stesso tempo delicato, perché da qui in poi partiamo con la fase dell'appello. Fra sei mesi, infatti, quando la sentenza sarà scritta, ricomincerà un altro capitolo altrettanto importante per arrivare alla sentenza di secondo grado. Quindi siamo contenti, ma non le posso dire che abbiamo l'animo completamente sollevato perché la battaglia non è ancora conclusa. 
 
Anzi, probabilmente è appena iniziata. 
Esatto, però il primo grado, con un processo così complicato, con le attenzioni che ci ha messo il Tribunale di Genova nel fare molte sedute e arrivare a questa sentenza, in un processo con quasi 60 imputati... è sicuramente già un bel traguardo. Poi il processo di primo grado è quello più corposo da un punto di vista anche di tempistica, quindi possiamo dire che è un bel passo avanti.  

 
Il Tribunale ha condannato 32 persone su 57 imputati. 
Quello che per noi era essenziale era che ci fossero delle condanne nella parte dei vertici di tutti i filoni di imputati (Autostrade per l’Italia, Spea e Ministero, ndr) perché noi ritenevamo che tutti e tre avessero delle grandissime responsabilità nella vicenda - si immagini solo che il Ministero non ha mai fatto controlli sui controlli che avrebbe dovuto fare Autostrade -. Il fatto che i vertici di questi tre settori siano stati condannati per noi è molto importante. Ci aspettavamo delle assoluzioni nelle posizioni minori, però per noi era essenziale che tra i condannati ci fossero i vertici, sia centrali che a livello periferico. Quindi questo è un buon risultato. 
 
Il giorno prima della sentenza Arrigo Giana, l’attuale Ad di Autostrade per l'Italia, ha inviato una lettera di scuse. Se lo aspettava? 
Devo dirle che mi sono un po' stupita, perché questo amministratore delegato è in società da parecchio tempo, da più di un anno, e quindi ho trovato un po' singolare che arrivasse questa lettera di scuse alla vigilia della sentenza. Un po' fuori tempo, mi permetta. Noi pensiamo che a questo punto della vicenda non servano tanto le scuse, ma serva dare dimostrazione che le cose all'interno di quella società stanno realmente cambiando. Dal nostro punto di vista abbiamo lanciato un altro appello: capiamo se le cose sono veramente diverse, perché era già stato detto: "Siamo cambiati, siamo diversi". Noi però vediamo che gli utili della società sono in continuo aumento nei vari bilanci; non che questo ci interessi, ma vorremmo capire se realmente la sicurezza ha fatto passi avanti. È chiaro che una società lavora per avere utili, quello che conta è però che sia fatto tutto il possibile affinché ci sia sicurezza sulle infrastrutture che gestisce e sul personale che lavora per loro. Pensiamo che tutti i lavori che stiamo vedendo sulle autostrade, in particolar modo su quelle liguri, non vadano nel senso della prevenzione, ma vengano fatti perché per vent'anni non è stato fatto nulla. Quindi adesso si è corsi ai ripari, dopo il crollo del ponte.  

Per evitare un'altra tragedia di questo tipo, intende?
Esatto. Si è corsi i ripari anche perché c'è stato un momento in cui il ministero ha nominato Placido Migliorino (come ispettore del ministero delle Infrastrutture, ndr), un loro tecnico molto competente, che ha fatto terra bruciata dicendo cosa non andava. Allora, noi vorremmo che quest'opera di mantenimento costante fosse fatta nel futuro. Non ci basta che sanino il passato, vogliamo che ci sia un'attenta opera di manutenzione costante, altrimenti fra qualche anno potremmo riavere un'altra tragedia come questa. Ci piacerebbe capire se realmente le prospettive all'interno di quella società sono cambiate o se è solo fuffa.  

Ha avuto modo di chiederlo direttamente agli interessati? 
No, però potrebbe esserci l'occasione. Sicuramente, se ci fosse l'occasione lo farei.  

Si sarà confrontata con gli altri parenti delle vittime. Qual è il sentimento generale che ha osservato nei confronti di questa sentenza?
Nulla potrà ridarci i nostri cari, ma, detto ciò, è chiaro che ci sono sensibilità diverse. C'è chi vorrebbe vedere queste persone private per sempre della loro libertà, però gli omicidi colposi di cui sono accusati (come reato più grave) non prevedono pene così pesanti: non sono omicidi volontari e quindi le pene previste sono più basse. Il sentimento generale verso la sentenza è sicuramente di positività, ma le persone più sensibili ovviamente si immaginavano che si potesse arrivare anche a un ergastolo. È chiaro che se uno perde un parente non c'è nulla che lo potrà far tornare indietro ed è comprensibile che il sentimento di tristezza, a volte di rabbia, sia forte. Le posso solo dire, però, che il fatto che ci siano delle condanne, che vengano individuate responsabilità e che non finisca tutto a tarallucci e vino, come purtroppo è successo in altre vicende, è un fatto che ci rende tutti estremamente orgogliosi.  
 

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E lei, invece, cosa pensa? 
Io penso che sia una sentenza giusta, che spero vivamente che sia confermata in tutti i gradi di giudizio e che non sia sminuita, perché pensiamo che i giudici abbiano fatto un grande e attento lavoro di valutazione. Bisogna anche notare che i giudici, come diceva lei, hanno assolto molte persone; quindi, non si sono appiattiti su quelle che erano le posizioni (molto chiare) della Procura. Hanno fatto una loro valutazione e noi dobbiamo chinare il capo davanti alla valutazione imparziale dei giudici.
 
È una risposta che guarda in maniera quasi distaccata a questa vicenda, nonostante lei sia fortemente coinvolta a livello emotivo.
Le devo dire che, umanamente, non so neanche io come faccio, perché non avrei mai pensato di me stessa di riuscire a essere così. Glielo dico sinceramente: credo che in questo Paese dobbiamo riuscire a innescare dei meccanismi di correttezza nei confronti di chi esegue i lavori (e in questo caso chi ha eseguito i lavori non l'ha fatto bene) e di chi esamina chi fa un altro mestiere: io non faccio il giudice, non faccio l'avvocato, e quindi io devo avere rispetto di quello che loro hanno valutato, credo con grande fatica. Anche perché io non ho invidiato nessuno di coloro che doveva lavorare a questo processo: né la Procura, né gli inquirenti che hanno trovato una mole di materiale enorme, né i giudici che avevano una grandissima responsabilità sulle spalle. Sono molto contenta che ci siano delle condanne forti. Quello che è importante è che diventino un deterrente, che gli amministratori delegati capiscano che la loro responsabilità è realmente elevata. Fino ad adesso certi erano stati coinvolti in alcune vicende giudiziarie, ma ne erano usciti completamente puliti; così non può funzionare. Gli Ad percepiscono un compenso elevato per svolgere il loro mestiere e nessuno li obbliga a farlo, ma se lo fanno lo devono fare con cognizione di causa, con attenzione e vagliando attentamente cosa fanno le persone che lavorano per loro. Quindi il principio di responsabilità è quello che è fondamentale in questa vicenda e al momento è stato rispettato.

Crede che sua sorella sarebbe fiera di lei?
Spero, sì... lo spero. Faccio di tutto per renderla orgogliosa.

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