Dal delitto di Torino a Pamela Mastropietro: quando il mix di droga e degrado passa alla cronaca nera
La morte di Fabio Colapietro non è un caso isolato: sono diversi i delitti violenti negli ultimi anni che sono partiti da sostanze stupefacenti, alcol e altre dipendenze
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Nella notte fra il 24 e il 25 settembre a Torino, la polizia trova in un appartamento di via Gulli il corpo smembrato di Fabio Colapietro, 39 anni. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l'omicidio sarebbe maturato al termine di un festino a base di alcol e sostanze stupefacenti durato diversi giorni. Il principale indagato, il 26enne Christian Matheus De Oliveira Morando, ha ammesso l'omicidio parlando di un litigio "involontario" nato da un sospetto furto di cinquanta euro, seguito dalla decisione di sezionare il cadavere per occultarlo.
Questa storia, per quanto macabra, non è un caso isolato. Negli ultimi dieci anni la cronaca nera italiana ha registrato almeno quattro casi che condividono con quello di Torino lo stesso innesco (droga, alcol, un contesto di disagio personale o sociale) e lo stesso epilogo: lo smembramento del corpo come tentativo di far sparire le tracce del delitto.
La storia di Pamela Mastropietro
L'omicidio della 18enne a Macerata nel 2018 è uno dei casi che più ha sconvolto il Paese negli ultimi anni. Con una storia di dipendenza da droghe, scappò dalla comunità in cui era in cura il 29 gennaio. Il giorno dopo compra una dose di eroina da due nigeriani ai giardini Diaz. Uno dei due uomini, Innocent Oseghale, la convince a salire nel suo appartamento: approfittando dell'effetto della droga, il nigeriano violenta sessualmente la vittima. Temendo ripercussioni da parte di Pamela, Oseghale la uccide accoltellandola, poi lava il cadavere con la varechina e infine lo seziona "in maniera scientifica". Dopo aver riposto i resti in due valigie, le abbandona la sera stessa nelle campagne di Pollenza grazie all'aiuto di un amico tassista. Oseghale è stato condannato all'ergastolo in via definitiva.
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Il caso diventato poi film
Luca Varani aveva 23 anni quando è stato brutalmente ucciso nel 2016. Luca frequentava le scuole serali per aiutare il padre a lavoro, ma a causa del suo omicidio venne fuori la sua seconda vita: spesso si vendeva a uomini e ragazzi in cambio di denaro e droga. È proprio in questo contesto che, la mattina del 4 marzo, riceve una richiesta da parte del PR romano Marco Prato affinché partecipasse a un festino con alcol e droga in cambio di 100 euro. Insieme a Manuel Foffo, studente di Giurisprudenza, Prato pianificò l'omicidio di Luca perché entrambi, annebbiati dai fumi di alcol e droga, volevano provare che "effetto avrebbe fatto uccidere una persona".
I due portarono Varani in un appartamento, lo stordirono con un mix di alcol e farmaci, e in seguito cominciarono a colpirlo ripetutamente con un coltello e un martello, per poi legarlo al letto e seviziarlo per ore. L'autopsia rivelò che Luca ricevette circa 100 colpi tra coltellate e martellate, e Foffo e Prato gli impedirono di difendersi tagliandogli le corde vocali, facendogli saltare tutti i denti a martellate e spezzandogli le dita. Secondo la ricostruzione sia dei responsabili sia degli inquirenti, Luca venne torturato a lungo e morì dopo atroci sofferenze. Una volta terminata la mattanza, gli assassini si addormentarono e, a loro dire, si resero conto di quanto fatto al loro risveglio. Foffo fu condannato a 30 anni di carcere grazie al rito abbreviato, mentre Prato si suicidò in cella prima dell'inizio del suo processo.
Marta Di Nardo, un contesto difficile
Il 4 ottobre del 2023 viene vista per l'ultima volta: Marta è una donna di 60 anni che vive nel quartiere Acquabella di Milano, più precisamente in una palazzina popolare dell'Aler. Sopravviveva grazie alla modesta pensione del marito defunto, ma i suoi problemi di ludopatia la portavano spesso a chiedere l'elemosina per strada. Era anche seguita da un centro psico-sociale e dagli assistenti sociali per il suo stato mentale.
A due settimane dalla scomparsa, il figlio con cui aveva pochi rapporti ne denuncia la sparizione. Durante il sopralluogo nell'appartamento della donna, il 17 ottobre, viene trovato un certificato medico con il nome del vicino: Domenico Livrieri. Insospettite, le forze dell'ordine controllano anche il suo appartamento. Il corpo di Marta Di Nardo viene trovato nascosto in un'intercapedine sopra la cucina di Livrieri, avvolto in una coperta e sezionato in due parti, in avanzato stato di decomposizione. Nella tasca del giaccone dell'uomo vengono trovati un libretto postale, una carta Postamat e due Postepay, oltre al cellulare (senza sim) della donna uccisa. L'uomo aveva bisogno di soldi e ha ucciso la donna per impossessarsi dei suoi pochi averi.
Livrieri, tra l'altro, non doveva essere in libertà: doveva essere trasferito in una Rems (Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) ma la struttura non aveva un posto disponibile per ospitarlo.
