La diagnosi sbagliata

Pisa, anni di chemio su una paziente ma il tumore non c'era: condannata l'Azienda ospedaliera

La Corte d'Appello di Firenze ha quantificato in 467mila euro la cifra da versare a una 47enne

08 Gen 2026 - 12:38
ospedale © Istockphoto

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Anni di chemio, ma non c'era nessun tumore: la Corte d'Appello di Firenze ha condannato l'Azienda ospedaliera universitaria pisana (Aoup) a risarcire una 47enne con oltre 460mila euro. Alla donna, nel 2006, era stato diagnosticato a Volterra un tumore all'intestino che aveva spinto la paziente a curarsi con pesanti terapie antitumorali in realtà non necessarie.  Così dal gennaio 2007 al maggio 2011 la paziente si era sottoposta a ripetuti trattamenti con chemioterapia, cortisone e steroidi, finché una nuova biopsia effettuata a Genova non ha escluso la presenza del tumore.

La diagnosi sbagliata

  Una cifra aumentata in Appello rispetto alla condanna precedente del tribunale di Pisa che era stata di 295mila euro La vicenda inizia quando la donna si rivolge all'ospedale per un intervento ortopedico: gli esami della pre-ospedalizzazione rivelano una difformità nella conta dei globuli bianchi e l'operazione viene rinviata con i referti trasmessi appunto all'Aoup. I sanitari, dopo una biopsia midollare e intestinale, diagnosticano un linfoma non Hodgkin.

Il processo

 Dopo un tentativo di conciliazione non riuscito, la paziente ha chiamato a rispondere dell'operato la Aoup davanti al giudice civile di Pisa, ma l'azienda sanitaria si è difesa affermando che si trattava di un quadro clinico complesso difficile da diagnosticare e rivendicando la correttezza della terapia praticata. Ma la consulenza tecnica disposta dal tribunale ha stabilito che non vi fosse necessità di curare la paziente in quel modo perché l'ipotesi di linfoma non era avvalorata né dai risultati di esami e visite né dai sintomi lamentati dalla paziente.

La sentenza

 Alla fine la sentenza della Corte d'Appello ha stabilito un'invalidità permanente del 60% e non del 40%, come deciso dal tribunale in primo grado, e riconosciuto la "personalizzazione del danno", a seguito dello stravolgimento che la quarantasettenne ha subito, non solo dal punto di vista psicologico ma anche nella vita quotidiana. La donna lavorava come assicuratrice e fu costretta a ridurre il suo impegno professionale e si è perfino vista ritirare la patente, in quanto ritenuta non più idonea alla guida.

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