IL CASO

Treviso, chiede di cambiare cognome: il Consiglio di Stato le dà ragione ma è morta nel 2013

Il ricorso è stato accolto dopo una lunga attesa e che i giudici non ne fossero mai stati informati del decesso della donna avvenuto 13 anni prima

09 Ago 2026 - 12:52
SeguiLogo Tgcom24suSeguici su
 © Istockphoto

© Istockphoto

Aveva chiesto di aggiungere "Gheri Moro" al cognome Borghetto per recuperare le proprie antiche origini familiari. Il ricorso è stato accolto dal Consiglio di Stato dopo una lunghissima attesa. Peccato che la Anna Maria sia morta tredici anni fa e che i giudici non ne fossero mai stati informati. Nel 2010 la donna aveva iniziato una battaglia per poter aggiungere al proprio cognome quelli di due antichi avi, Gheri e Moro. Quindici anni dopo, il verdetto che aspettava è finalmente arrivato, ma era morta nel gennaio 2013, a 53 anni. Il dettaglio più sorprendente è che il procedimento è proseguito senza che il Consiglio di Stato fosse informato del decesso.

Nessuno, inoltre, aveva avvertito i familiari dell'esistenza dell'impugnazione. Così la macchina burocratica e giudiziaria ha continuato a muovere le proprie carte mentre la protagonista di quella vicenda non poteva più rispondere, né conoscere l'esito della sua richiesta. Il paradosso resta tutto nelle date: Anna Maria aveva presentato la sua domanda nel 2010, aveva impugnato il diniego nel 2011 ed era morta nel 2013. Il procedimento ha continuato a viaggiare per oltre un altro decennio tra uffici e magistrati, fino alla decisione del 2026.

Google Preferred Site

Una richiesta nata dalle radici di famiglia

 La storia comincia il 16 dicembre 2010. Anna Maria presenta alla Prefettura di Treviso la richiesta di modificare il proprio cognome, passando da "Borghetto" a "Borghetto Gheri Moro". Non si tratta, almeno nelle sue intenzioni, di una rivendicazione patrimoniale né della pretesa di un titolo nobiliare. La donna vuole semplicemente riportare nel proprio nome il legame con una parte molto antica della storia familiare, riconducibile alla nobildonna veneziana Elisabetta Moro e a Giovanni Maria Cristoforo Gheri. Nella documentazione depositata sostiene di discendere direttamente da Elisabetta Moro, morta a Castelfranco Veneto nel 1797, e dal figlio naturale Giovanni Maria Cristoforo Gheri, che sarebbe stato riconosciuto e indicato come erede di una parte consistente del patrimonio della donna. La Prefettura, però, nel febbraio 2011 respinge la domanda. Secondo l'amministrazione, mancava una prova formalmente idonea ad attestare la discendenza della richiedente dalla nobildonna attraverso la linea familiare indicata.

Dalla Prefettura al ricorso al Quirinale

 Anna Maria non si arrende. Nel luglio dello stesso anno presenta un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, contestando l'istruttoria e le motivazioni alla base del diniego. Nelle sue memorie richiama registri dello Stato civile, documenti relativi alle successioni e diversi testamenti ottocenteschi. A suo giudizio, l'insieme delle carte dimostrava il legame genealogico con gli antenati indicati nella richiesta. Era una ricerca che, a quanto emerge oggi, Anna Maria aveva condotto quasi in solitudine. Una circostanza che sorprende ancora di più il fratello Massimo Borghetto, che apprende soltanto ora dell'esistenza del procedimento. "Non ne sapevo assolutamente nulla, lo sto scoprendo adesso" racconta a Il Messaggero.

La villa e quel cognome già comparso sui quadri

 Nella memoria familiare, tuttavia, quelle origini non erano del tutto sconosciute. A Villarazzo, frazione di Castelfranco Veneto, esiste Ca' Moro, una villa che apparteneva alla famiglia e che oggi è di altri proprietari. Sulla facciata, racconta Massimo, è ancora visibile lo stemma dei Moro. E c'è un altro dettaglio che sembra quasi riportare alla luce il cognome che Anna Maria voleva recuperare. Bruno, prozio della donna e fratello del nonno materno, era un pittore conosciuto nell'ambiente artistico e firmava le proprie opere con il nome "Gheri Moro", secondo la famiglia. "Effettivamente in famiglia si parlava di questa lontana parentela" spiega Massimo Borghetto. Per il fratello, la richiesta di Anna Maria potrebbe dunque essere stata, soprattutto, un modo per ricostruire e preservare una parte della propria storia familiare.

Il passaggio più paradossale della vicenda arriva nel 2013. Anna Maria, che aveva 53 anni ed era già malata durante la fase iniziale del contenzioso, muore il 2 gennaio. Ma il procedimento amministrativo non si interrompe. Il 28 giugno di quell'anno il ministero dell'Interno chiede al Consiglio di Stato di respingere il ricorso. Nel maggio 2014 i giudici dispongono un ulteriore passaggio procedurale, chiedendo che alla ricorrente venga trasmessa la relazione ministeriale affinché possa eventualmente presentare le proprie controdeduzioni. Nessuno risponde. Non poteva farlo Anna Maria, ormai morta. E la sua famiglia, a quanto emerge dagli atti, non era stata informata dell'esistenza del ricorso. La pratica resta così sospesa per anni.

Nel novembre 2023 il Consiglio di Stato torna a sollecitare gli adempimenti necessari. Passa ancora tempo. Il 9 aprile 2026 ai giudici non resta che chiedere se persista l'interesse alla decisione del ricorso. Anche questa volta non arriva alcuna risposta. Il procedimento, però, non viene archiviato. La questione arriva comunque all'esame della Sezione, che decide di valutare il merito della richiesta sulla base della documentazione presente nel fascicolo. Il 9 luglio 2026 arriva la conclusione destinata a rendere questa storia ancora più surreale. Il Consiglio di Stato ritiene che la documentazione depositata non sia stata contestata nel procedimento e osserva che la richiesta della donna consisteva nell'aggiunta di due cognomi a quello già posseduto, nell'ambito delle regole ordinarie sul cognome. Non si trattava, dunque, di chiedere il riconoscimento di un titolo nobiliare. La conclusione dei magistrati è netta: il ricorso deve essere accolto. Una vittoria arrivata, però, quando la persona che l'aveva cercata non poteva più beneficiarne.

La notizia lascia Massimo Borghetto con sentimenti contrastanti. Da una parte lo stupore per aver scoperto soltanto ora una vicenda che aveva coinvolto la sorella per anni. Dall'altra, la sensazione che quel verdetto rappresenti comunque una sorta di risarcimento morale per una battaglia rimasta incompiuta "A me la questione del cognome non importa particolarmente - dice - Sono solo contento di apprendere che, in qualche maniera, mia sorella alla fine ha visto riconosciute le sue ragioni".

Ti potrebbe interessare

videovideo