Il caso di Lee Gilley

Uccise la moglie incinta in Texas, ingegnere americano fermato a Malpensa | Ma è scontro sull'estradizione

Il 39enne è in cella a Torino: "Posso ricostruire la mia vita". Gli Usa lo rivogliono per processarlo, ma la pena di morte è un ostacolo non di poco conto

09 Mag 2026 - 07:25
SeguiLogo Tgcom24suSeguici su
 © Dal Web

© Dal Web

Come se non bastassero le nuove tensioni internazionali tra Roma e Washington, che l'incontro tra la premier Giorgia Meloni e il segretario di Stato Marco Rubio ha cercato di appianare, a mettersi in mezzo tra i due vecchi amici ci pensa pure la cronaca nera. In particolare il caso di Lee Mongerson Gilley, un ingegnere informatico 39enne accusato di duplice omicidio aggravato per aver ucciso la moglie incinta in Texas. Arrestato all'aeroporto di Malpensa mentre tentava di scappare, ora è detenuto in carcere a Torino. Il Texas lo vuole indietro per processarlo, ma a complicare le cose c'è un dettaglio non di poco conto: nello Stato americano è ancora vigente la pena di morte.

La fuga di Lee Gilley e la richiesta di estradizione

 Lee Gilley aveva due passaporti falsi e un biglietto aereo per Milano Malpensa quando si è tagliato il braccialetto elettronico ed è evaso dai domiciliari per scappare dal processo negli Stati Uniti. È stato fermato in aeroporto dopo che a suo carico i giudici del Texas hanno emesso un mandato di cattura internazionale. Il fermo - effettuato come "arresto provvisorio ai fini estradizionali" - è stato seguito dal trasferimento del 39enne prima in un Cpr, e poi in una cella del carcere di Torino. Fin qui nulla di strano. Se non che gli Stati Uniti hanno già avvertito le autorità italiane, mentre stanno terminando di formalizzarlo a livello di documenti, che intendono richiedere l'estradizione del cittadino americano affinché affronti il processo in patria. Un passaggio che rischia di mettere alle strette la collaborazione tra Usa e Italia. 

Lo scontro di "costituzionalità" sulla pena di morte

 A complicare ulteriormente le cose ci ha pensato Lee Gilley. Consapevole del rischio di finire al patibolo, ha presentato una richiesta di protezione internazionale. Una domanda che gioca proprio sulla completa incompatibilità tra l'impianto giudiziario italiano e quello texano per quanto riguarda la pena di morte. La condanna capitale è infatti vietata dall'articolo 27 della Costituzione italiana. Non solo. Nel 1996 la Corte costituzionale ha infatti stabilito che è "incostituzionale" l'estradizione verso un Paese in cui è consentita la pena di morte. Una sentenza che rispose a una domanda cruciale nel caso di Pietro Venezia, italiano accusato di aver ucciso in Florida un funzionario locale del dipartimento delle Entrate, e che portò a un accordo ad hoc tra Usa e Italia. Il succo è che l'Italia garantisce l'estradizione a patto che nello Stato americano non venga applicata la pena di morte. O, se anche fosse applicata a livello di sentenza, non venga mai eseguita materialmente. Starà adesso alla Corte d'Appello di Milano la decisione sul destino di Lee Gilley, probabilmente dopo aver fatto un passaggio dal dipartimento della Giustizia perché chieda e ottenga dall'omologo dipartimento in Texas tutte le carte del procedimento. 

Il detenuto in Italia e il trattamento "inaspettato" nel Cpr

 Come se non bastasse, ci sono ulteriori ostacoli che impediscono una gestione senza intoppi della questione. Finché rimane in Italia, il 39enne texano ha diritto a impugnare qualunque decisione dei magistrati milanesi in Cassazione, così come ogni provvedimento del ministro della Giustizia davanti al Tar e al Consiglio di Stato. Intanto Lee Gilley, parlando con la sua legale, ha spiegato la scelta dell'Italia: "È un Paese in cui si può stare e ha rispetto per le persone straniere. Potrei costruirmi una vita. Voglio vivere qui anche perché l'Italia mi proteggerebbe dall'accusa ingiusta in America. La polizia in Texas mi ha trattato molto male. La cosa più leggera che mi ha fatto è mettermi sotto a un condizionatore che sparava aria gelida per tutta la notte. Fuori c'erano 40 gradi. Nel Cpr di Torino, abituato a questi trattamenti, ho confuso i poliziotti per garanti. Mi trattavano così bene che ho pensato, non possono essere poliziotti". L'avvocata ha aggiunto: "È fuggito dagli Usa perché sottoposto a una campagna mediatica così intensa che era terrorizzato dall'idea di non avere un processo equo a causa della giuria popolare, che in America è influenzata dai media. Ha avuto il terrore che la giuria lo portasse a una condanna a morte senza avere la reale possibilità di difendersi".

Ti potrebbe interessare

videovideo