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Esclusiva mondiale, "Papa Francesco e gli invisibili" a Speciale Tg5: il Santo Padre incontra gli ultimi

Una donna con un passato di violenza, un ergastolano, una clochard e una studentessa in crisi per il lockdown "intervistano" il Pontefice. Fabio Marchese Ragona introduce gli "ospiti" in Vaticano

Papa Francesco incontra gli "invisibili", li ascolta e li conforta portando loro parole di speranza e il suo sorriso. Il Santo Padre lo fa davanti alle telecamere di Speciale Tg5 per raccontare le vite e le storie di quattro persone che vivono nella disperazione e nella sofferenza, introdotte alla presenza del pontefice dal vaticanista Mediaset Fabio Marchese Ragona

I quattro ospiti di Papa Francesco - Ci sono una mamma di quattro figli che ha un passato di violenza e di miseria; una clochard; una studentessa di 18 anni che racconta la tristezza di una generazione a cui il Covid ha tolto la spensieratezza; un ex carcerato che ha tanta voglia di ricominciare. Tutti hanno le loro domande da rivolgere a Francesco, le loro richieste, le loro paure. E per ognuno di loro il Papa trova motivi di consolazione e parole di solidarietà e di fiducia nella vita e nel futuro. Lo ringrazia, a nome di tutti, Marchese Ragona, che gli dice: "Grazie, da parte di tutti i telespettatori Mediaset per questo regalo che ci fa. Però questa volta le domande le faranno loro, sono molto emozionati e hanno storie molto difficili". 

 

Giovanna e la sua storia di violenza - La prima ospite di Francesco è una mamma che vive una situazione di difficoltà e si racconta così: "Sono Giovanna, sono una mamma di quattro figli, ho avuto una vita familiare difficile, fatta di violenza e di miseria e il Covid mi ha portato via la casa e il lavoro. Sono molto emozionata per poter incontrare Papa Francesco". Ed ecco la sua domanda: "Ho quattro figli da accudire, da proteggere, da mandare avanti; abbiamo vissuto una situazione di violenza da cui siamo scappati; violenza e miseria, proprio miseria totale: mancava tutto, mancava da mangiare, da vestire. Io dovevo uscire per andare a lavorare ed ero tranquilla solamente quando i miei figli erano a scuola. Avevo perso la fede quel giorno che siamo scappati, io con i miei figli, e ho capito che non si poteva tornare indietro. Anche per questo durante il lockdown il mio pensiero è andato a tutte quelle donne che magari non ce l'hanno fatta, che sono morte per mano dei loro mariti, e le volevo chiedere come possiamo fare per ritrovare la nostra dignità". 

 

Il Papa: "La violenza sulle donne quasia satanica" - Ed ecco la risposta del Papa: "E' tanto, tanto grande il numero di donne picchiate, abusate in casa, anche dal marito. Il problema è che per me è quasi satanico, perché è profittare della debolezza di qualcuno che non può difendersi, può soltanto fermare i colpi. E' umiliante, molto umiliante. E' umiliante quando un papà o una mamma dà uno schiaffo in faccia a un bambino, è molto umiliante e io lo dico sempre, mai dare uno schiaffo in faccia. Come mai? Perché la dignità è la faccia. Questa è la parola che io vorrei riprendere perché dietro c'è la tua domanda: rimane dignità in me? Qual è la mia dignità dopo tutto questo, qual è la dignità delle donne picchiate, abusate? Mi viene un'immagine che è entrando nella Basilica alla destra, la pietà della Madonna, la Madonna umiliata davanti al figlio nudo, crocifisso, malfattore agli occhi di tutti, quella è la mamma che lo ha allevato, totalmente umiliata. ma lei non ha perso la dignità e guardare quest'immagine in momenti difficili come il tuo di umiliazione e dove si sente di perdere la dignità, guardando quell'immagine ci dà forza. Io percepisco in te la dignità, perché se tu non avessi dignità non saresti qui. Hai dignità, hai la faccia, la faccia sofferente di chi porta avanti la vita, la sua e dei figli. Sei in cammino, il pericolo è lasciarsi perdere, non c'è uscita, tu ancora sei in piedi come la Madonna davanti alla croce, non hai perso la dignità. Come si può andare avanti così? Guarda la Madonna, rimani con quell'immagine di coraggio". 

 

 

E Giovanna: "Io ce l'ho però...". Il Papa: "Lo vedo, per questo ti parlo così". Lei: "Però è per i miei ragazzi anche, come faccio a dare forza anche a loro?". Il Papa: "Le mamme lo sanno dove guardare le cose, le mamme sono coraggiose. Ma quanti anni hanno i ragazzi?". Lei: "Hanno 23, 21, 11 e 12". Il Papa: "Maschi o femmine?". Lei: "Tre maschi e una femmina". Il Papa: "Poveretta lei con tre maschi...". Lei: "No, è forte lei...". Il Papa: "Ha imparato dalla mamma. tu sai come dare forza. Per me il problema è che tu trovi una via d'uscita concreta, lavoro, casa, questo sì e non dipende solo da te, ma io ti vedo in piedi, coraggiosa in piedi, e queste sono le brave donne del nostro popolo. Ce la farai, sono sicuro". 

 

Maria: una vita senza una casa - La seconda ospite di Papa Francesco è una donna che da anni non ha più un tetto sopra la testa e al Santo Padre dice: "Mi chiamo Maria e da un po' di anni vivo per strada. Vivere fuori all'aperto significa rischiare ogni sera la propria vita perché non hai protezione, praticamente vivi così, con i cartoni, con coperte, cerchi di non farti vedere, cerchi di diventare invisibile. In quel caso la gente quando passa ti guarda così e poi abbassa gli occhi, non ha nessuna pietà per le persone che non hanno una casa, passano magari e non ti vedono perché ti nascondi. Poi però senti i commenti e quindi ti rendi conto che ti hanno visto sì, ma non vedendoti: i commenti della gente sono 'guarda 'sta barbona'. Insomma, tante cose che fanno male, penso faccia male pure quello oltre il freddo, quindi io mi chiedo perché la società sia così crudele verso i poveri". 

 

 

Il Papa le risponde: "Tu parli di crudeltà, è così, questo è lo schiaffo più duro della società per voi, ignorare il problema altrui. L'indifferenza, quella parola che hai usato è che noi stiamo entrando in una cultura dell'indifferenza dove cerchiamo di allontanarci dai veri problemi, dal dolore della mancanza di abitazioni, dalla mancanza di lavoro. Anzi, con questa pandemia i problemi sono aumentati perché bussano alla porta coloro che offrono denaro in prestito: gli usurai. Un povero, una persona che ha bisogno cade nelle mani degli usurai e perde tutto, perché questi non perdonano. E' crudeltà sopra crudeltà, questo lo dico per attirare l'attenzione della gente a non essere ingenua; l'usura non è una via di uscita dal problema, l'usura ti porta nuovi problemi. Ma tu vivi sulla strada e in una società che non è capace di farsi carico di quello. Voglio domandarti: quando tu trovi una persona che sta peggio di te, tu guardi da un'altra parte o vai a dargli una mano?". Maria: "Io vado a dargli una mano...". Il Papa: "E' questo, quando si è nel dolore si capisce la profondità del dolore. Cerca sempre di guardare in faccia i problemi perché ci sarà qualcun altro che sta peggio di te e ha bisogno del tuo sguardo, che lo aiuti ad andare avanti. Non avere paura sempre di guardare i problemi, non cadere nell'indifferenza perché questa è un'amarezza dell'anima che non fa bene. La saggezza di un povero è quella: nella mia povertà aiutare qualcun altro che sia nella mia stessa situazione. E' crudele, l'indifferenza, ma non perdere la speranza, cammina, vai avanti, forse qualcuno ascolterà questo e ti arriverà qualche aiuto. Non solo materiale, ma l'aiuto di qualcuno che cambia il cuore e incomincia a capire il problema... e questo è ciò che la tua testimonianza può fare". 

 

 

Pierdonato e il carcere - Davanti a Papa Francesco arriva poi un ergastolano, che parla così: "Mi chiamo Pierdonato, vengo da un paesino vicino Matera, sono un ergastolano, ho fatto i conti con me stesso e per arrivare a questo ho dovuto scendere giù, nel profondo, nel buio ho cercato di non diventare buio, ho voluto capire le mie azioni. Dio non c'entra niente con queste cose, sono io quello che ha fatto queste azioni non posso attribuire a Dio azioni che dipendono da me. Sono stato 25 anni in carcere, quel Pier Donato di 30 anni fa non esiste più, io sono un'altra persona. Il pentimento, nel senso più profondo del termine dal punto di vista cristiano, è un pentimento che riguarda la persona che pentito è il più acerrimo accusatore di se stesso e non vuole niente in cambio. È pentito di quello che ha fatto. La domanda era se c'è speranza per chi desidera un cambiamento?"

 

 

Il Papa gli risponde: "La prima cosa che mi viene in mente è una frase della Bibbia: 'la speranza non delude mai'. C'è un'opera che mi piace tanto, che dice il contrario: nella Turandot sulla speranza si dice che la speranza sempre delude. Invece io ti dico: la speranza mai delude. C’è Dio, non in orbita, ma Dio accanto a te, perché lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Il tuo Dio è un Dio vicino a noi e tu in tanti anni, da solo, hai cominciato a capire questa vicinanza: è vicinanza compassionevole perché Dio vicino è compassione e questa compassione non è una compassione di disprezzo, anzi è una compassione di tenerezza. Dio è con ognuno dei carcerati, con qualsiasi persona che passa in difficoltà. Perché è un guaritore? No, perché non può allontanarsi, perché il suo essere è essere vicino. Tu non lo dici ma tu sai in fondo al cuore che sei perdonato e che hai quella speranza che non delude. Qualcuno potrà dire 'ma Padre questi sono racconti per bambini', io sono testimone della mia fede e non sono un guaritore, sono un compagno di cammino. Per questo quando tu mi dici non ho perso la speranza è per questo, perché il Signore ti è stato vicino, compassionevole e tenero. Per questo posso dirti una cosa: Dio perdona sempre, Dio perdona sempre. Mettiamoci questo in testa, qualsiasi peccato io abbia fatto lui lo perdona perché è venuto per perdonare non per condannare. Lui stesso lo ha detto, a perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono, lui perdona sempre. Invece noi ci stanchiamo di chiedere perdono. Qualcuno potrà dire 'ma questo è un colpevole' (indica Pierdonato, ndr). Se ognuno di noi guarda dentro, troverà tante colpe, tante cose, tanti peccati, diciamo così, tanti sbagli, tante cose non belle. Ma la nostra forza è nella speranza di questo Dio vicino, compassionevole e tenero, tenero come una mamma. Lui stesso lo dice, e per questo tu hai quella speranza. Grazie per la tua testimonianza".

 

Maristella e il lockdown lontano dai compagni di scuola - Davanti a Papa Francesco si presenta poi una studentessa, che si rivolge così al pontefice: "Era stupendo quando noi ragazzi potevamo gioire delle cose belle della vita ma poi è arrivato il Covid e ci ha portato via due anni della nostra giovinezza. Sono Maristella, come la maggior parte dei miei coetanei ho sentito molto la mancanza di contatto con i miei amici insegnanti, anche i miei stessi familiari perché non potevo vedere i miei nonni. Avevo incertezza nel futuro e avevo anche paura del futuro perché non sapevo. Sembrava che la situazione non sarebbe migliorata, rifiutavo anche il contatto con uno schermo perché io volevo vedere i miei amici dal vivo non tramite una videochiamata. Mi sono sentita completamente sola e abbandonata, passavo le mie mattinate sul letto. Sicuramente non mi sentivo affatto bene, è stato difficile essere adolescenti. Insomma, essere adolescenti è quel momento nella vita in cui si inizia a uscire dal nucleo familiare, esplorare il mondo e per ovvie ragioni non è stato possibile durante il Covid. Ho capito quanto queste relazioni erano importanti per me e quindi mi chiedo in che modo possiamo creare una relazione sana, fatta magari di contatto, di esperienze e in che modo adesso possiamo distinguere una relazione sana da una semplice conoscenza?".

 

 

Il Papa le risponde: "Tu mi stai domandando sulla saggezza dei contatti; nel lockdown ti è mancato il contatto con gli amici e le amiche, con la famiglia perché non potevi uscire e forse non funzionava la scuola. Noi abbiamo bisogno del contatto, del contatto faccia a faccia ma abbiamo una tentazione che è quella di isolarci con altri metodi, per esempio entrare in contatto con il telefonino soltanto, le amicizie del telefonino, la mancanza di dialogo concreto. Tu hai imparato da questa situazione che il dialogo concreto non si può supplire col dialogo online, che c'è qualcosa in più. Mi raccontava un mio amico che era in un ristorante e nel tavolo accanto c’era una famiglia formata da papà mamma e due ragazzi. Erano a cena e ognuno dei quattro aveva il telefonino, non parlavano, avevano contatti con gli amici, delle volte tra loro con il telefonino. Questo amico si è alzato e ha detto “scusatemi voi non mi conoscete, io sono un professionista di medicina” - è uno psichiatra - e ha detto 'vorrei darvi un suggerimento, perché non spegnete il telefonino e parlate faccia a faccia?'. L’hanno guardato, l'hanno mandato a quel paese e hanno continuato col telefonino. Questa è l’evasione, la comunicazione invece è concreta, è reale. Se tu vuoi usare il telefonino usalo, ma questo non ti tolga il contatto con le persone, contatto diretto, contatto di andare insieme a scuola, andare a passeggiare, andare insieme a bere un caffè, un contatto reale e non virtuale. Perché se noi lasciamo da parte il contatto reale finiremo anche noi liquidi o gassosi, senza consistenza, sempre on-line e alla persona on-line manca tenerezza. L’on-line è una comodità, ma abituarsi soltanto a quello succede quello che senti tu, non per il telefonino ma per il lockdown hai sentito quella mancanza di contatto reale, non virtuale. La tua esperienza è molto buona, ti sei accorta che questa strada non va bene, che hai bisogno del contatto reale, un'esperienza brutta che ti aiuterà tanto nel futuro".

 

Tgcom24

 

Si inserisce di nuovo Giovanna, che chiede al Papa: "Quel giorno che siamo scappati io con i miei figli siamo dovuti ripartire da zero perché siamo venuti senza niente, come eravamo vestiti siamo venuti via io ce la stavo facendo Io avevo trovato un lavoro avevamo la casa quando sembrava che stavamo un po' bene È arrivato il Covid il lockdown ha distrutto praticamente la mia vita perché ho perso la casa il lavoro fortunatamente l'associazione antiviolenza senza veli sulla lingua mi è stata molto vicino la gente è diventata più povera col Covid chi era povero è andato ancora più sotto. C'è speranza? Come possiamo fare per un futuro migliore per tutti?".

 

Francesco le risponde: "Il Covid ci ha messo tutti in crisi. Una strada per uscire dalla crisi è amareggiarsi e un’amarezza tante volte è farla finita. Il numero dei suicidi è aumentato tanto con la crisi. Una via d'uscita è dire la faccio finita e finiamo a storia, ma che succede quando noi non abbiamo più la forza di resistere nella crisi e trasformiamo la crisi in conflitto? La crisi è aperta, il conflitto ti chiude, tu non vedi uscita dal conflitto, con la tua lotta io vedo che stai lottando per uscire migliore dalla crisi, non ti sei data per vinta e questo è grande, stai dando una lezione di resistenza, una lezione di resistenza alle calamità perché tu puoi dirmi “Perché fai questo? ma io penso ai miei bambini ai miei ragazzi!” Tu fai una scommessa, per la vita e per la vita dei tuoi vai avanti. Non sai dove, perché non hai casa e non hai lavoro, non sai cosa fare. Ma stai guardando avanti, stai uscendo meglio di prima ma non da sola. Questo è importante: che tu cerchi qualcuno, gente che ti accompagni. Tutti noi abbiamo passato questa crisi di lockdown: alcuni, come il caso mio, non lo sentono tanto perché (dicono, ndr) “io ho il mio lavoro, qualche sicurezza”, ma nel caso tuo si vede e tu hai la volontà di uscirne. Dobbiamo pensare bene cos'è una crisi, non avere paura delle crisi, cercare gente amica, gente vicina per uscirne insieme perché non si può uscire da soli e anche fare un'azione per uscire migliori". 

 

Maria ha un'altra domanda per Francesco: "Questa vita ti insegna a non avere il superfluo e consideri di più quello che ti viene dato: io sono a Palazzo Migliori che il Papa ha donato alla Comunità di Sant'Egidio per l'accoglienza delle persone senzatetto. È stata una grossa fortuna perché ha dato la possibilità di fare pasti caldi, pulizia, un bel letto, ritrovare la dignità è importante. Diciamo che dopo il Covid è diventato più difficile, la gente è diventata più diffidente, le persone hanno paura perché non sanno chi si trovano vicino. Cosa si può fare perché il cuore della gente sia apra di più verso i poveri?".

 

E il Papa: "Cosa devo fare perché la gente sia meno spietata? Mi viene in mente la stessa ricetta che usava il Signore e che usava la Madonna: mitezza. Io quando confesso la gente domando: “Ma lei aiuta i poveri?”. “Sì, do l’elemosina”, qualcuno dice. “Ma quando lei dà l'elemosina, tocca o la butta senza toccare?”. “Non mi sono accorto, non so”. “Quando lei dà l’elemosina, guarda gli occhi del povero?” Tanti dicono no. Con questa elemosina che fai a secco, meccanicamente, tu ti scarichi della colpa. Ma non è umana. Invece quando tu guardi in faccia un povero, il tuo cuore cambia perché è arrivato al “sacramento del povero”, diciamo “sacramentale” perché non dicano eresie (che sono un eretico, ndr), perché lo sguardo di un povero ti cambia. Questa cultura dello scarto non è soltanto con i poveri, con la gente che ha necessità: quante volte in una famiglia si dà quella realtà di scartare i vecchi, scartare i nonni. Capisco che ci sono casi di malattia che non possono vivere in famiglia, lo capisco ma quando automaticamente a una certa età tu cerchi una casa di riposo per mettere in deposito, non riposo, in deposito, il tuo vecchio, i nonni, fai vedere qualcosa di spietato. Quando eravamo bambini mi ricordo che una nonna ci ha raccontato la storia di una famiglia, una bella famiglia, tutti cattolici diceva, e il nonno abitava con loro e quando si è invecchiato, ha incominciato a perdere la bava quando mangiava. Non era una cosa gradevole, Ma l'affetto copriva tutto, era il nonno. Poi un giorno il papà ha detto: “Da domani papà farà la cena o pranzo in cucina, comprerò un tavolino così lui può cenare da solo e noi possiamo invitare gli amici”. Il giorno dopo torna dal lavoro e trova il figlio che sta giocando con i legni e chiede “Cosa stai facendo?” “Un tavolino, papà, per te! Per quando sarai vecchio!”. Ecco un cattivo esempio. Si manda fuori quello che non ci piace, e anche questo a volte accade dall'inizio della vita: tante volte viene un figlio (e si dice, ndr): “Ma no, mandiamolo al mittente perché è un problema per noi”. E così la società quando si ammala comincia a scartare i poveri. Ma dobbiamo lottare con questo".

 

Per il Papa c'è un'altra domanda da parte di Pierdonato, che dice: "I detenuti si sentono gli ultimi e hanno bisogno di relazione umane, quando tutti abbiamo appreso di questa peste del 2000 questo virus invisibile che ha messo in ginocchio il pianeta, all’interno del carcere si percepiva il timore di essere coinvolti da questa pandemia. Ha fatto paura e quindi alla pena si è aggiunto anche il timore di essere contagiati. In quelle condizioni sono stati vietati i colloqui di persona, si viveva con questa ansia, questa sofferenza del distacco che già di per sè il carcere è distacco, è distruzione di affetti. Quindi ha creato molte ferite che sono ancora aperte. Possono essere queste ferite rimarginate in qualche modo?".

 

Il Papa: "La pandemia fa questo, ti lascia solo, anche morire da solo. Mi diceva un’infermiera che c’era un’anziana, che stava nelle ultime ore, cosciente. La vecchietta ha detto: “Ma io vorrei salutare i miei, congedarmi”. Lei col telefonino l’ha messa in contatto con la nipote e se n’è andata. Quella necessità della carezza nei momenti brutti, da soli. E poi il problema del sovraffollamento delle carceri: il sovraffollamento è un muro certamente, non è umano! Qualsiasi condanna per un delitto commesso deve avere una speranza, una finestra. Un carcere senza finestra non va, è un muro. Una cella senza finestra non va. Finestra non necessariamente fisica, finestra esistenziale, finestra spirituale. Poter dire: “Io so che uscirò, io so che potrei fare quello o quell'altro”. Per questo la Chiesa è contro la pena di morte, perché nella morte non c'è finestra, lì non c'è speranza, si chiude una vita. C’è una speranza dall’altra parte ma qui non c'è. Per questo il carcere deve avere una finestra. Vorrei raccontare l'esperienza di un carcerato che lavorava il legno e che cercava di trovare qualche finestra, diciamo così, nella sua vita; non credeva, se ne infischiava della religione e qualche visitatore gli ha detto: “Ma perché non leggi un pezzo del Vangelo e cerchi di conoscere Gesù?”. E lui era contrario. “Conoscere soltanto Gesù, non i preti, non la religione, solo Gesù”. Ha ricevuto il Vangelo, cominciò a leggere qualche pezzetto. “Nel mio cuore (ha detto, ndr) è successo qualcosa, quel muro che avevo davanti è caduto, si è aperto” e siccome lui era un buon lavoratore del legno ha fatto questo (il Papa mostra la scultura in legno realizzata dal carcerato, ndr), e mi ha detto: “Questa è la mia esperienza da quando ho conosciuto Gesù”. Questo lo ha fatto un carcerato che ha visto che con Gesù il muro cadeva e c'era una finestra di vita".

 

Maristella ha ancora una cosa da chiedere sul lockdown e sulla sua fede: "Durante il lockdown mi sono un po' allontanata dal Signore, da Dio, ho completamente smesso di pregare. Non era neanche un dubbio, era proprio un disinteresse totale rispetto a tutto quello che mi circondava. È più semplice ringraziare Dio quando tutto va bene, invece diventa più difficile quando siamo in difficoltà. Ero frustrata, anche arrabbiata anche con Dio, sembrava che mi avesse dato qualcosa di bello e poi come se me l'avesse levato tutto in una volta. Sono una ragazza e credo che sia normale avere dei dubbi e non avere una fede ferrata a questa età. A quest'età, come si può avere un rapporto con Dio e mantenerlo?". 

 

Francesco le risponde: "Nel lockdown tutto va alla prova, anche il rapporto con Dio, la religiosità; il rapporto con Dio non è una cosa lineare che sempre va bene, il rapporto con Dio ha delle crisi come ogni rapporto di amore in una famiglia. Penso ai tuoi ragazzi (rivolgendosi a Giovanna, ndr), delle volte si arrabbiano e dicono qualche cosa non è tanto bella ma è normale; il rapporto con Dio è lo stesso, delle volte io mi arrabbio perché non vedo le cose come vorrei e si entra in crisi. Cosa si deve fare in quel momento? Stare zitto, pensare alle difficoltà che sorgono e che non permettono il rapporto con Dio, ma soprattutto pacificare il cuore. La mente può andare da tante parti ma il problema è il cuore pacificato; col cuore in ansia non si può cercare Dio, non si può mantenere il rapporto con Dio. Potrete cercarlo ma non potrete mantenerlo perché l’importante è pacificare il cuore anche nel dolore, anche nelle difficoltà. Prendi il Vangelo, nello stesso Vangelo è la parola di Dio che ti sistemerà un'altra volta; io ho paura dei predicatori che vogliono sanare la vita in crisi con le parole, parole, parole. La vita in crisi si risana con la vicinanza, la compassione, la tenerezza. Lo stile di Dio. Questo te lo dà il Vangelo. A qualcuno sembrerà un po' strano, ma se tu mi dicessi “Padre, arrabbiarsi con Dio è peccato? Dire: Signore non ti capisco...” È un modo di pregare! Tante volte noi ci arrabbiamo con papà, con mamma. I bambini si arrabbiano con i genitori perché stanno chiedendo più attenzione. Non avere paura se ti arrabbi con Dio, devi avere la libertà del figlio davanti a Dio. Quando ti arrabbi con papà e mamma non è buono, ma tu sai che papà e mamma ti vogliono bene; tu ti arrabbi con Dio perché non va questo o quello, ma tu sai che ti vuole bene e Lui non si spaventa, perché Lui è papà e sa come possiamo reagire, noi che siamo tutti bambini dinanzi a Dio. Devi avere il coraggio di dire al Signore tutti i sentimenti che ti vengono. Vangelo in mano e il cuore pacificato".

 

"Natale, un messaggio di pace" - Dopo il lungo colloquio, Papa Francesco conclude così il suo incontro: "Abbiamo parlato di tante cose, abbiamo toccato difficoltà, dolore, peccati, tante cose, ma lo abbiamo fatto in pace. Pace, una parola un po' strana in questo mondo. Adesso è il tempo di Natale che si avvicina. (Si rivolge ai telespettatori, ndr) E cosa pensi tu del Natale? Che devo uscire a comprare questo quell'altro... Va bene, ma cos'è il Natale? È un albero? Una statua di un bambino con una donna e un uomo accanto? Sì, è Gesù, è la nascita di Gesù, fermati un po' e pensa al Natale come un messaggio, un messaggio di pace. Io vi auguro, a tutti voi che siete a casa, vi auguro un Natale con Gesù, un vero Natale. Questo vuol dire che non possiamo mangiare? Che non possiamo fare festa? No, fate festa, mangiate tutto, ma fatelo con Gesù, cioè con la pace nel cuore. E a tutti voi che mi ascoltate vi auguro un buon Natale. Fate festa, fate dei regali, ma non dimenticatevi di Gesù. Il Natale è Gesù che viene, Gesù che viene a toccarti il cuore, Gesù che viene a toccare la tua famiglia, che viene da te, a casa tua, nel cuore tuo, nella tua vita. È facile convivere con Gesù, lui è molto rispettoso, ma non dimenticarlo. Buon Santo Natale a tutti. E pregate per me!».

 

 

 

 

 

 

 

 

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