A un anno dall'omicidio di Pamela Genini, una traccia minuscola, rimasta su un pezzo di nastro adesivo, potrebbe contribuire a ricostruire ciò che accadde nella notte in cui la tomba della 29enne venne violata. Gli investigatori continuano a cercare risposte nei reperti raccolti nel cimitero di Strozza, concentrando l'attenzione su impronte e materiale biologico. Il caso resta aperto e, al momento, non sono emerse svolte decisive.
Resta da identificare il profilo genetico
Come riporta il Corriere della Sera, tra gli elementi esaminati dai carabinieri Ris, c'è un frammento di nastro adesivo utilizzato, secondo la ricostruzione investigativa, per richiudere la tomba dopo la sottrazione della testa della giovane. Proprio in prossimità di un taglio, che potrebbe essere stato effettuato con i denti, è stata individuata una traccia genetica.
Sulla natura del Dna, tuttavia, le versioni riferite alla vicenda sono discordanti. Francesco Dolci, 41 anni, unico sospettato nell'indagine, sostiene attraverso i propri consulenti che si tratti di un profilo femminile. Diversamente, secondo quanto emerge dagli accertamenti investigativi, la traccia sarebbe riconducibile a un uomo. Resta soprattutto da stabilire a chi appartenga il materiale biologico. Non è noto se possa essere attribuito a Dolci, che ha rifiutato di sottoporsi a un prelievo utile al confronto. La posizione dell'uomo, amico della vittima e originario di Sant'Omobono Terme, rimane al centro degli approfondimenti, ma non equivale a una prova di responsabilità.
Il lavoro del Nucleo investigativo non si limita al nastro adesivo. Gli specialisti stanno analizzando anche le impronte e le tracce genetiche recuperate nell'area del sepolcro, con particolare attenzione alla superficie interna della lapide provvisoria e agli elementi che sarebbero stati impiegati per richiudere il loculo. Tra questi figurano un tassello collocato nella parte superiore e altri materiali utili a ricostruire le modalità dell'intervento. L'obiettivo è individuare eventuali collegamenti tra i reperti e chi abbia materialmente violato la sepoltura.
Il taglio alla base del collo sotto esame
Ulteriori indicazioni potrebbero arrivare dalle analisi medico-legali e antropologiche. La Procura attende gli approfondimenti di Matteo Marchesi, primario all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e dell'antropologo forense Marco Cummaudo, che opera nell'ambito del gruppo di lavoro legato a Cristina Cattaneo e al Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense di Milano. Gli specialisti sono chiamati anche a esaminare le caratteristiche del taglio eseguito alla base del collo e a fornire elementi utili per comprendere con quale strumento sia stato effettuato. Un altro aspetto da chiarire riguarda la datazione dell'intervento: il taglio appariva infatti molto datato al momento della scoperta, avvenuta diversi mesi dopo la presunta profanazione. Le valutazioni tecniche potrebbero quindi contribuire a restringere il quadro temporale e a definire meglio le modalità con cui è stata asportata la testa dal corpo della giovane.
La profanazione emerse il 23 marzo, quando il personale del Comune e gli addetti delle pompe funebri aprirono il loculo per trasferire la bara di Pamela nella tomba di famiglia, predisposta proprio in quei giorni. Nella settimana precedente, il cimitero di Strozza era rimasto chiuso per lavori. Fin dai primi momenti, qualcosa apparve fuori posto: il coperchio non era perfettamente sigillato e risultava inclinato. Una volta rimosso, gli operatori si accorsero che la lastra nella parte superiore era stata tagliata e che dal corpo mancava la testa.
Secondo le ricostruzioni dei carabinieri, l'operazione sarebbe stata possibile anche per una sola persona, estraendo la bara dal loculo e posizionandola obliquamente per poter intervenire. Un dettaglio che contribuisce a delineare le modalità dell'azione, ma che da solo non consente di identificare chi l'abbia compiuta.
