La sentenza

Bologna, negato al padre operaio l'esonero dal lavoro notturno per accudire la figlia minore di tre anni: l'azienda dovrà risarcirlo

Lo ha stabilito il giudice del lavoro del tribunale di Bologna. Per l'azienda il dipendente avrebbe potuto usufruirne solo se la compagna avesse svolto anch'essa turni di notte

28 Lug 2026 - 09:03
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Una sentenza storica, che sancisce il diritto di un padre a non lavorare in orario notturno se ha un figlio minore fino ai tre anni, esattamente come per le donne. La sentenza in questione è apparsa in queste ore sul Corriere di Bologna che riporta la vicenda di un operaio bolognese di 41 anni che nei giorni scorsi si è visto riconoscere da parte del Tribunale di Bologna, il diritto all'accudimento notturno della figlia piccola. Secondo la sentenza del giudice del lavoro a causa dei turni di lavoro notturni l'uomo non ha potuto aiutare la compagna nell'accudimento della bambina proprio durante la notte e per questo, riporta il Corriere di Bologna, ora l'azienda di cui è dipendente dovrà risarcire i danni morali, circa 10mila euro. Ora l'azienda potrebbe fare ricorso. 

"Una delle prime pronunce su questa materia in Italia"

 Il quotidiano bolognese riporta le parole delle due legali che hanno assistito l'operaio 41enne nella causa: "Si tratta di una delle prime pronunce in Italia su questa materia, anticipata solo da un precedente caso sempre seguito dal nostro studio e arrivato a sentenza favorevole in gennaio e ora in fase di opposizione da parte dell'azienda", commentano. 

La riorganizzazione aziendale e la richiesta del dipendente

  Secondo quanto riportato dal quotidiano bolognese l'operaio aveva visto modificare l'orario di lavoro nel 2024, durante una complessiva riorganizzazione dei turni in azienda, con particolare riferimento a quelli notturni. Da quel momento il 41enne era stato adibito proprio al turno di notte due volte a settimana. Momenti durante i quali la compagna rimaneva a casa da sola con le figlie di 5 e 2 anni e mezzo. Proprio per questo l'operaio già nel gennaio 2025 aveva chiesto all'azienda di essere esonerato dal lavoro notturno. Ma, riporta il Corriere di Bologna, non ci fu nulla da fare. Per l'azienda l'uomo avrebbe potuto usufruire dell'esonero solo se la compagna avesse svolto lavoro notturno.
Da lì alle aule di tribunale il passo fu breve. 

La motivazione del giudice

 L'iter processuale però ha dato ragione al dipendente, anche se non è escluso che l'azienda possa fare ricorso. Al termine dell'iter processuale, riporta il Corriere, il giudice scrive: "L’interpretazione della norma sostenuta dall’azienda, secondo la quale, nel primo anno di vita del bambino, sarebbe precluso tout court al lavoratore padre l’accesso alla tutela, riservato solo alla madre, non può essere condivisa". E ancora: "La disposizione stabilisce che il beneficio possa essere riconosciuto all’uno o all’altro dei genitori, ma non consente di desumere che il diritto del padre costituisca una posizione derivata o subordinata rispetto a quella della madre". 

Stabilita l'illegittimità del rifiuto dell'azienda a esonerarlo dal lavoro notturno, il tribunale ha anche stabilito che quest'ultima dovrà risarcire al lavoratore i danni morali. 

"Nel caso di specie, l’operaio ha allegato di essere stato costretto a proseguire l’attività lavorativa in regime di turnazione notturna, con cadenza settimanale, per un apprezzabile lasso temporale (oltre un anno dal gennaio 2025, data di presentazione della prima domanda e fino all’attualità), coincidente con i primi anni di vita della figlia, precludendo allo stesso la possibilità di prestarle assistenza e conforto in caso di risvegli notturni", scrive il giudice. Oltre al risarcimento di 10mila euro l'azienda dovrà anche pagare circa 13mila euro di spese legali. 

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"Una materia molto sentita dai lavoratori"

 "Si tratta di una sentenza importante - aggiungono i legali al Corriere di Bologna - perché interviene in una materia molto sentita da parte dei lavoratori e con una platea d'applicazione molto ampia. Spesso però non si ha piena conoscenza dei propri diritti e in alcuni casi sono anche le aziende a non incentivare le informazioni e a ostacolare il riconoscimento di agevolazioni ormai chiaramente riconosciute".

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