IL CASO

Arezzo, il priore dell'eremo di Camaldoli vieta social e streaming ai monaci

L'appello di Dom Ferrari: "In cella si deve pregare, quelle piattaforme vanno usate per lavoro. Siamo ricercatori di Dio, non esperti di cinema"

17 Feb 2026 - 13:31
 © Ansa

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Prova a spegnere le piccole luci nell'eremo di Camaldoli (Arezzo), non quelle delle candele, ma gli schermi di computer e telefonini nelle celle dei monaci che nella notte guardano film in streaming o chattano sui social network. È il tentativo del priore generale della Congregazione camaldolese dell’ordine di San Benedetto, Dom Matteo Ferrari, che invita i suoi monaci a mantenere uno stile di vita sobrio, nel regno del silenzio e del raccoglimento.

La lettera di Dom Ferrari

 Il rapporto tra social, piattaforme di streaming e vita religiosa è al centro di una lettera scritta da dom Matteo Ferrari e rivolta ai responsabili delle articolazioni della comunità: priori, priori locali, priori amministratori, vicepriori, responsabili delle residenze, maestri dei novizi e dei professi semplici.

La lettera, riportata in parte da La Nazione, è una riflessione intensa che spinge a interrogarsi sul complesso rapporto tra la modernità e un ordine dalle radici antichissime, soprattutto quando si tratta dei novizi. È una tensione che è sempre esistita ma che nel ventunesimo secolo appare particolarmente evidente e contrastante con la calma dell’eremo situato nell'Aretino.

"Da evitare piattaforme e social"

 Il priore sceglie parole semplici, ma incisive: "Le piattaforme streaming online, così come i social, pensati appositamente per dare dipendenza, penso siano da evitare assolutamente, anche per una questione di povertà e sobrietà", dichiara.

Così inizia la sua lettera: "Internet, l’uso dello smartphone e dei social, l’uso di Whatsapp senza regole, i video e i film online sono una sfida per la vita monastica e religiosa. Non possiamo far finta che questa sfida non esista". Ma non dobbiamo "demonizzare questi strumenti, sarebbe semplicemente controproduttivo, ma non si può ignorare che essi plasmano il nostro modo di entrare in relazione con il mondo, con noi stessi e anche con Dio", sottolinea Dom Ferrari. L’obiettivo è preservare un’autenticità sempre maggiore ed evitare l'ipocrisia nella vita monastica. "L’uso dei social e di internet rischia di trasformare la pratica della cella in un mero formalismo", evidenzia il priore.

I suggerimenti di Dom Ferrari

 Per questo motivo, dom Ferrari propone una serie di indicazioni che però in una lettera formale indirizzata ai “dirigenti” dell’articolazione benedettina diventano soprattutto vere linee guida.

Il primo passo della vita monastica, il postulantato, deve rappresentare il tempo “del senso critico”: in questa fase i giovani si devono ancora adattare psicologicamente alla nuova dimensione religiosa ed è quindi importante, secondo Ferrari, “condurre gradualmente i candidati ad avere un senso critico verso l’utilizzo di internet e dei social”, cominciare “in dialogo con il Maestro, a maturare una sana disciplina e un distacco”.

Segue poi il passaggio del noviziato: “il tempo del distacco” ovvero della rottura netta. In questo fase secondo il priore, “occorre vivere un reale distacco sospendendo l’uso dei social, l’uso di internet in cella, la visione individuale di filmati o di film, l’abbonamento a piattaforme e disciplinare la comunicazione con la famiglia e gli amici tramite Whatsapp”. Anche l’uso stesso dello smartphone andrebbe “concordato con il maestro”.

Infine si arriva alla fase della professione semplice, quello che segue il noviziato e che dom Matteo definisce “della responsabilità”, in cui l’utilizzo dei social e delle piattaforme può essere reintrodotto ma come strumento di lavoro, disciplinato. “Nel tempo della professione semplice occorre che le persone in formazione imparino a fare un uso saggio di internet e dei social, anche scegliendo responsabilmente di non farne uso se non lo richiedono incarichi comunitari [...] Ad esempio [dopo cena o dopo compieta] sarebbe utile che ci si astenesse da qualsiasi uso di social o di internet se non per lavoro o per servizio comunitario. La Regola parla chiaramente del silenzio dopo compieta (l’ultimo momento di preghiera della giornata subito prima del riposo notturno, ndr)”, spiega Dom Francesco. 

Perché, si domanda Dom Ferrari, "se la cella si trasforma in una sala cinematografica individuale e individualistica, dove va a finire la nostra spiritualità monastica e romualdina? Ci sono vere e proprie dipendenze cinefile che possono portare i monaci a diventare esperti di filmografia più che ricercatori di Dio". "La dipendenza poi genera l’incapacità di mettersi in discussione. Credo che la cella monastica non sia il luogo per guardare film individualmente e che sia molto più sano pensare a momenti comunitari, che potrebbero avere un valore formativo per tutti", conclude il priore. 

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