Giornata Mondiale della Salute Mentale / 2

Expat blues, il lato oscuro della fuga dei cervelli: "Non è solo nostalgia, è un senso di vuoto difficile da spiegare"

Quando vivere all’estero porta alla "depressione da espatrio": le storie

di Marta Di Donfrancesco
10 Ott 2026 - 07:00
 © Istockphoto

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Spesso si parte con una valigia di 23 kg in mano, sempre troppo piccola per chiuderci dentro tutta la propria vita e i propri sogni, e si sale su un aereo che porta fuori casa, dove per casa non si intende un paese o una regione, ma l'Italia stessa. All'arrivo, già nell'aeroporto, ci si accorge che qualcosa è diverso: la lingua sui cartelli, il modo di camminare (o di correre, se si va in una grande città). Persino le espressioni delle persone sembrano diverse. L'emozione è tanta: è l'inizio di una nuova avventura, che sia per un Erasmus, uno stage o un nuovo lavoro, piena di aspettative e di esperienze diverse. 

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Poi il tempo passa, l'avventura diventa quotidianità, quel modo di camminare e quelle espressioni diventano sempre più familiari, gli sconosciuti che prima sembravano così diversi diventano amici. Ma non per tutti trasferirsi all'estero significa successo, miglioramento delle proprie condizioni e, in generale, una nuova vita. Per alcuni la nostalgia di casa resta troppo forte, le differenze col mondo circostante diventano crisi identitaria e la ricerca di nuove opportunità e di una nuova socialità diventano stress da adattamento: è l'expat blues, la depressione da espatrio che rappresenta un vero e proprio disagio psicologico per chi ha lasciato il proprio Paese d'origine.

Le difficoltà di allontanarsi da casa

 "Vivere all’estero può essere liberatorio, ma può anche rendere più evidenti alcune fragilità. Quando non si hanno più accanto le persone della propria storia, quando amicizie e rapporti familiari si indeboliscono o si perdono, si può provare un senso di vuoto difficile da spiegare. Non dipende necessariamente dal fatto di stare male nel nuovo Paese: si può apprezzare la vita costruita altrove e, allo stesso tempo, sentire il peso di ciò che si è lasciato o perso lungo il cammino", racconta Claudio, 36enne romano arrivato a Parigi 14 anni fa. 

L'inizio non è stato facile: "Nei primi tempi ogni cosa richiedeva uno sforzo maggiore: comprendere le dinamiche amministrative, adattarmi a un modo diverso di lavorare, orientarmi in una nuova città, creare relazioni e imparare a vivere una quotidianità che non mi apparteneva ancora completamente. Anche quando si parla la lingua, integrarsi non è mai immediato. Esistono abitudini, codici culturali, modi di esprimersi e di creare legami che si comprendono davvero soltanto vivendoli ogni giorno. Con il passare degli anni, la mia percezione è cambiata profondamente. Quello che all’inizio era soprattutto un distacco è diventato gradualmente una costruzione. Ho smesso di vivere la Francia come un luogo provvisorio o come una semplice alternativa all’Italia, e ho iniziato a considerarla una parte reale della mia vita". 

Ma nonostante l'adattamento iniziale, vivere all'estero ha messo in luce difficoltà e fragilità che, fino a quel momento, non erano mai venute fuori: "Credo di aver sofferto di expat blues. Per me non si è trattato soltanto della nostalgia dell’Italia, della lingua, dei luoghi o di alcune abitudini quotidiane. È stato qualcosa di più profondo: la sensazione di essermi allontanato da una versione precedente di me stesso e, in alcuni momenti, di dover ricostruire da zero il senso della mia appartenenza".

La parte più difficile, racconta Claudio, è stata trovarsi lontano dalla famiglia e dagli amici di sempre: "Ho avuto momenti in cui mi sono sentito solo, anche in mezzo agli altri, perché mi mancava quella continuità affettiva che deriva dall’avere accanto persone che ti conoscono da sempre". Ma proprio grazie a queste difficoltà, racconta, ha riscoperto una fragilità nuova, non sempre negativa, che gli ha insegnato a chiedere aiuto: "Ho capito che l’integrazione non riguarda soltanto il lavoro, la lingua o i documenti: riguarda anche il diritto di costruire legami sinceri, di creare una rete affettiva e di sentirsi accolti per ciò che si è". 

C'è chi spera di tornare...

 Anche Federica, 35 anni, ha scelto di lasciare Roma per andare a vivere a Parigi. È arrivata nella capitale francese nel 2018 per studio e da allora la Francia è diventata la sua seconda casa. Adesso ha un lavoro stabile, che la appaga e le permette di crescere professionalmente, un marito e due figli, ma dentro manca sempre qualcosa: "Non penso di soffrire di depressione da espatrio, ho avuto la fortuna di essere sempre circondata da persone che mi hanno fatta star bene e ho sempre fatto cose che mi piacevano. Ma un giorno vorrei tornare in Italia, ci penso spesso: mi si stringe il cuore quando mia figlia mi chiede in lacrime perché dobbiamo salutare i nonni".

...E chi è tornato

 Per alcuni, il "senso di appartenenza" è talmente forte che diventa difficile pensare di restare per sempre lontani da casa. È la storia di Ludovica, rientrata in Italia dal Regno Unito nel marzo 2020, complice la paura del Covid. Il suo ritorno è stato graduale: prima ha continuato a lavorare per la sua azienda inglese da remoto, ma dopo sei mesi ha trovato un lavoro nella sua città e da lì non è più ripartita. "Più stavo in Italia, più mi rendevo conto che volevo stare in Italia", racconta.

"Londra è una città incredibile, l'università mi ha aiutato tanto. Mi sono trovata benissimo, sia al lavoro che a livello di amicizie. All'inizio è stato molto bello, ma col tempo ho percepito che non era casa mia: mi sono sentita sempre un po' un'ospite". La capitale inglese, spiega la 32enne, "assomiglia un po' a un porto: la gente va e viene, non tutti quelli che conosci e con cui fai amicizia all'inizio del percorso universitario restano". "Io non sento di aver sofferto di expat blues", afferma Ludovica, però, "sento che, per quanto l'estero possa essere meraviglioso, casa è sempre casa". 

Non sempre vince la nostalgia

 Ma c'è anche chi, una volta lasciata l'Italia, ha scoperto possibilità e stili di vita che nel Paese d'origine non immaginava possibili. Il sentimento comune resta la nostalgia di luoghi del cuore, amici e famiglia, ma il desiderio di costruirsi un futuro migliore supera la tentazione di rivolgersi al passato. È quanto succede a Francesca, 32 anni, che dopo i primi sei anni in Francia adesso si è trasferita in Germania per lavoro. Della vita all'estero, le piace l'idea di "avere uno spazio indipendente, dove poter essere una persona libera dalla solita immagine che amici e famiglia hanno di te". Ma anche qui, c'è l'altro lato della medaglia: "A volte sarebbe bello poter essere più vicini, senza bisogno di dover prendere un aereo, un treno o altro. È bello anche poter parlare la propria lingua, riconoscere quei segni culturali che solo nel proprio Paese si possono trovare". Ma, almeno per il momento, la sua vita è fuori dall'Italia: "Sicuramente a volte mi chiedo cosa voglio per il futuro, se tornare o meno, soprattutto con l’idea di avere magari dei figli", ma "il lavoro e un legame affettivo" la trattengono dal tornare. 

Francesco, invece, per ora non ci pensa proprio. Da più di due anni si trova in Olanda, dove il suo sogno di vivere di musica è molto più realistico che in Italia. "Da musicista posso gestire bene i miei contatti e progetti per organizzare concerti ovunque. In questo momento mi conviene vivere in un Paese in cui la condizione di vita e sociale del musicista è rispettata e pagata di più e all’occorrenza tornare per fare dei piccoli tour e mandare avanti la mia attività. Non so se l’Olanda sarà il Paese in cui vivrò per sempre, ma a meno che non ci siano importati opportunità lavorative in Italia, potendo scegliere non penso di rientrare". Un ragionamento che fa per il suo futuro professionale, a 28 anni già avviato grazie al trasferimento all'estero, ma dietro al quale si nasconde, sempre, un po' di nostalgia per la vita passata: "Non so più quale posto fisico posso chiamare realmente casa. Però, andando via, impari anche a capire che casa, in qualche modo, puoi sempre portartela dietro e ritrovarla ovunque tu sia".

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