Chi è Paolo Sarullo, vittima di violenza giovanile: "Non deve succedere più a nessuno"
Il 25enne ligure, rimasto tetraplegico dopo un'aggressione per un monopattino, commuove con un messaggio di perdono: "Stop alla violenza sui giovani"
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Un pugno, tre mesi di coma e una tetraplegia conseguente al pestaggio, poi una voce che scuote un intero Paese: "Stop alla violenza sui giovani, non deve più accadere a nessuno". Nella serata del 26 febbraio, dal palco del Festival di Sanremo, il collegamento con Paolo Sarullo ha trasformato lo spettacolo in un momento di riflessione collettiva sul fenomeno della violenza giovanile: "Non deve succedere più a nessuno" ha detto il 25enne ligure in collegamento.
Paolo avrebbe voluto essere lì, all'Ariston, ma non ha potuto. Così è stato il Festival ad andare da lui. Il direttore artistico Carlo Conti ha introdotto la sua storia parlando di un disagio giovanile sempre più diffuso, di una violenza che interroga tutti e dal suo letto, con parole scandite a fatica ma con una lucidità disarmante, il 25enne ha lanciato un messaggio netto. Alla domanda sul perdono, ha risposto sì. E quando Conti lo ha esortato a non mollare, lui ha replicato con un sorriso e una determinazione che hanno bucato lo schermo: "Non si molla un c...o". In quel momento Paolo è diventato il volto di una battaglia che riguarda migliaia di ragazzi.
L'aggressione
Paolo Sarullo ha 25 anni, è originario di Albenga, nel Savonese. La sua vita cambia per sempre la notte del 19 maggio 2024, quando, mentre sta tornando a casa con un amico dopo una serata in discoteca, viene circondato da un gruppo di giovani che vogliono rubargli il monopattino. Un pugno al volto, la caduta all'indietro, la testa che colpisce violentemente l'asfalto, provocando un'emorragia cerebrale e da lì la sua vita non è stata più la stessa.
Trasportato d'urgenza all'Ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, viene sottoposto a due interventi chirurgici di 15 ore. I medici gli salvano la vita, ma il prezzo è altissimo: tre mesi di coma, la rimozione di parte del cranio, una tetraplegia con gravi compromissioni cognitive. Oggi Paolo comunica attraverso lievi movimenti. Vive a La Spezia con la madre Miranda, che ha lasciato il lavoro per assisterlo a tempo pieno. Le giornate sono scandite da fisioterapia, logopedia, riabilitazione. Un percorso lento, durissimo, ma affrontato con una forza che sorprende chiunque lo incontri.
Prima di quella notte era un ragazzo pieno di passioni: tifoso della Sampdoria, amante del calcio e della musica, grande fan di Ultimo. Durante il collegamento ha persino intonato qualche strofa di "Balorda nostalgia", brano di Olly, un altro dei suoi cantanti preferiti.
Un simbolo oltre il dolore
I quattro aggressori sono stati arrestati e condannati in via definitiva. La Corte d'Appello ha confermato le responsabilità penali e disposto un risarcimento provvisionale milionario per Paolo e per la madre. Ma nessuna cifra può restituire ciò che è stato spezzato. Eppure, la sua storia non è solo cronaca giudiziaria. È un monito. È la dimostrazione concreta di quanto un gesto violento, nato forse per superficialità o branco, possa distruggere una vita in pochi secondi. Dal letto di casa sua, Paolo ha trasformato il dolore in un messaggio di responsabilità collettiva. Ha scelto di parlare di stop alla violenza, di perdono, di futuro.
