Delitto di Garlasco, Marco Poggi a "Quarto Grado": "Mi sono sentito in colpa, troppe voci"
Il fratello di Chiara Poggi: "La pista di un giro di pedofilia e droga al Santuario della Bozzola? Fantasia. Resto convinto della colpevolezza di Stasi"
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Marco Poggi, fratello di Chiara, decide di rompere il silenzio dopo 19 anni e lo fa in un'intervista esclusiva firmata "Quarto Grado" per parlare, per la prima volta in tv, del delitto di Garlasco.
Perché ha deciso di parlare dopo 19 anni - "Non ho mai accettato tutta l'esposizione mediatica di quello che è successo a Chiara", spiega Marco Poggi sottolineando che da quando le indagini sono state riaperte la sua figura è stata più "coinvolta" e "chiacchierata". Sulle accuse che lo hanno ferito maggiormente afferma: "Di sicuro quello di essere accusato dell'omicidio di Chiara è una cosa che difficilmente mi andrà più via, anche se ho imparato a conviverci". "In questo anno si è detto di tutto, c'è anche un minimo senso di colpa da parte mia, se avessi fatto interviste prima tutte queste voci non sarebbero nate, tipo quella che ero in una casa di cura", aggiunge Poggi.
Mai fatto uso di droghe - Sulle voci che lo vedrebbero coinvolto in un giro di droga insieme ad Andrea Sempio, unico indagato per l'omicidio, e Stefania Cappa replica: "Non ho mai fatto uso di droga, siamo nella fantasia e se nessuno mette un freno all'illusione che una determinata pista non esiste ovviamente ci sarà sempre qualcuno che si inventerà la qualunque. Ho sempre pensato che chi indagava poteva smorzare tutte le piste con cui si è giocato con la vita e la morte di Chiara".
Le piste alternative - "Penso che in tutti questi 18 anni Chiara non avrebbe voluto tutta questa esposizione mediatica e le insinuazioni su una sua doppia vita. Le cose che mi hanno ferito di più riguardano Chiara e il voler rovinare il suo ricordo", afferma Marco Poggi. E sulla pista alternativa secondo la quale Chiara potrebbe aver scoperto un giro di pedofilia e di droga ricondotto al Santuario della Bozzola di Garlasco e frequentato da Sempio e Michele Bertani, morto nel 2016, bolla l'ipotesi come "pura fantasia". "Mi sarei aspettato che la Procura intervenisse per smorzare le voci perché lasciare tutti in balia di questo circo mediatico non doveva succedere", dice. A chi lo accusa di essere in qualche modo coinvolto nel delitto lancia un appello: "Spero che si fermino, che abbiano l'umanità di dire basta dopo aver giocato per un anno con illazioni". "Adesso le indagini sono finite e penso che tutto il fango che abbiamo subìto e che non ci scivolerà mai addosso credo si debba interrompere", prosegue.
La scoperta delle intercettazioni - Nel corso dell'intervista concessa, in esclusiva, al programma di Rete 4, Marco Poggi parla anche della scoperta di intercettazioni. "Siamo rimasti dispiaciuti, posso capire le intercettazioni nel mio caso, lo comprendo anzi avrei trovato strano l'opposto. Sui miei genitori forse si poteva evitare". E aggiunge: "Durante l'indagine siamo stati tenuti da parte quasi come se non esistessimo. Già scoprire che avevano prelevato il Dna di nascosto dalla spazzatura non fa piacere. La morte di Chiara è qualcosa di nostro, ed essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Mi sarei aspettato che all'apertura delle indagini prima ancora che la notizia uscisse sui media ci convocassero".
La posizione su Alberto Stasi - Poggi difende il convincimento della famiglia sulla colpevolezza di Alberto Stasi, posizione ribadita più volte anche alla luce dell'ultima indagine. "Il convincimento nasce dall'aver seguito tutti i processi, le discussioni in aula, le perizie in contraddittorio e le sentenze che ci hanno convinto in maniera definitiva", spiega. "All'inizio, nel 2007, non credevamo alla sua colpevolezza, lo abbiamo difeso veramente tanto e anche quando è andato in carcere ero convinto che stavano sbagliando. Quando è uscita la notizia della sua scarcerazione ero contento perché ero convinto che non c'entrasse nulla. Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto. Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie come per esempio la spiegazione sul Dna di Chiara trovato sui pedali", prosegue.
La nuova indagine - Marco Poggi sostiene di non essere "convinto" degli elementi emersi nella nuova indagine. "Sarebbe grave se noi cambiassimo convincimento solo perché è partita la nuova indagine, avrebbe significato che non credevamo alla condanna che c'era stata negli anni passati", dice. "Non ho cambiato idea, non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che le sentenze a cui siamo arrivati negli ultimi processi siano la verità. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità di tutti, dispiace solo che non ci sia rispetto", aggiunge il fratello di Chiara. Alla domanda dell'inviata sulle accuse mosse da una parte degli inquirenti di aver tenuto, durante l'indagine, un atteggiamento "oppositivo" e "ostile" Poggi risponde: "Penso che si dovevano usare parole diverse per esprimere il mio convincimento sul fatto che una verità sia stata accertata. E anche sul mio personale convincimento che Andrea Sempio sia estraneo non penso servissero parole provocatorie".
No alla revisione del processo - Sull'opposizione ad un'eventuale revisione del processo ad Alberto Stasi e la restituzione del risarcimento da 750mila euro Marco Poggi afferma: "Quella somma è depositata, una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e i consulenti di tutti gli anni di processi. Mi sono fatto una vita a parte, sono in affitto che pago con il mio stipendio". Poi parla del movimento "innocentista" sorto in questi anni intorno all'allora fidanzato della sorella: "C'è stata una forte campagna mediatica, indiscrezioni che poi si sono rivelate false che hanno sostanzialmente indirizzato l'opinione pubblica. Non è facile vedere chi è stato trasformato in un sicuro innocente, è difficile da accettare. Non abbiamo mai avuto alcun contatto con Alberto Stasi, non ci hai mai scritto. Mi sono fatto delle domande ma me le tengo per me perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle e anzi vorrei che i toni si abbassassero".
Le telefonate a casa Poggi - A "Quarto Grado" Marco Poggi chiarisce lo stato dei rapporti con Andrea Sempio. "Anche se ci si vede di meno le amicizie del passato rimangono", afferma il 38enne. Poi parla delle telefonate sospette avvenute nei giorni precedenti al giorno del delitto, il 13 agosto 2007. "Non ricordo di aver ricevuto chiamate quando ero via in montagna con i miei ma non posso escluderlo. Ho chiesto se volevano analizzare il mio cellulare dell'epoca perché ce l'ho ancora però non l'hanno ritenuto utile". Sull'ipotesi che prima del delitto Chiara abbia subìto molestie telefoniche, spiega: "Nel momento in cui è coinvolto un mio amico non vedo perché mia sorella non abbia dovuto chiamarmi per dirmi del problema. Mi sarei aspettato che se qualcuno l'avesse importunata ne avrebbe parlato con Alberto, mia cugina o con chi le stava vicino, qualcuno l'avrebbe saputo".
Il movente - Poggi afferma di non ricordare un momento preciso in cui Sempio e la sorella si siano mai incrociati in casa e di non credere al movente sostenuto dalla Procura di una presunta ossessione sessuale partita dalla visione di video intimi sul pc di Chiara. "Faccio fatica a trovarci una logica perché non c'era nessun contatto, nessun ricordo di Chiara con i miei amici, non la incrociavamo quando uscivamo", afferma. Sulle visite nella cameretta di Chiara, il fratello afferma: "Giocavamo ai videogiochi sul computer, ho sentito tante volte parlare di computer di Chiara ma in realtà era il computer di famiglia".
L'ultimo ricordo di Chiara - Marco Poggi torna con la memoria all'agosto di 19 anni fa. "La partenza? Purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. Non mi ricordo l'ultimo saluto, non lo ricordo più", dice confermando soltanto che il padre, Giuseppe, provò fino all'ultimo a far partire con loro anche Chiara. "Ci ha provato e l'ha fatto veramente", commenta. "Ci eravamo divisi: io, mio papà e alcuni amici eravamo andati a fare una passeggiata un po' lunga, mentre mia mamma e una nostra amica, che era la mamma di Alessandro Biasibetti, erano andate a fare un giro a San Vigilio, credo". Marco Poggi spiega di aver appreso del delitto in un rifugio. "Cercavano la famiglia Biasibetti o noi, adesso non mi ricordo bene. Eravamo irraggiungibili perché probabilmente eravamo in alta quota. Lì, il padre di Biasibetti aveva parlato al telefono credo con i soccorritori, che gli avevano dato la notizia. Lui, anziché dirci che era venuta a mancare Chiara, ci aveva detto che non si era sentita bene mia mamma e che era in ospedale. Da lì, è arrivata una jeep del soccorso alpino a prenderci. Siamo scesi e mio papà ha chiamato mia mamma per sapere come stava, in quel momento ho saputo quello che era successo", prosegue.
