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Eutanasia, Cappato: "Quasi 800 persone ci hanno chiesto di poter morire"

Il leader dellʼassociazione Luca Coscioni scende in piazza per portare avanti la sua "lotta di libertà"

Dj Fabo Marco Cappato Valeria Imbrogno processo

"Quasi 800 persone si sono rivolte a Mina Welby e a me per chiedere di poter morire e avrebbero potuto prendere una decisione diversa se fossero state assistite da un medico, uno psichiatra, un assistente sociale". Lo ha detto Marco Cappato nella conferenza stampa per l'evento "Liberi fino alla fine" a Roma. "Questa lotta di libertà - ha aggiunto - una volta vinta ci potrà far alleare con coloro che oggi sembrano essere i più acerrimi nemici".

Con molta probabilità sarà la Consulta la prima a tornare ad esprimersi sul tema del fine vita. Fallito ieri il tentativo della capigruppo del Senato di trovare un accordo per includere nel calendario dei lavori un dibattito sulle mozioni sul suicidio assistito, la Corte Costituzionale dovrebbe decidere di esprimersi sul cosiddetto "caso Cappato" il 24 settembre, quando si terrà l'udienza pubblica sulla punibilità dell'aiuto al suicidio.

E' il giorno in cui "scade" l'anno di attesa concesso al Parlamento per tornare a legiferare ed evitare in questo modo il giudizio di costituzionalità sull'articolo del codice penale che punisce allo stesso modo sia l'istigazione al suicidio che l'aiuto al suicidio. E potrebbe non bastare la richiesta di una sorta di "gentlemen's agreement" che sarebbe stato chiesto dalla presidente del Senato al presidente della Consulta di rinviare la sentenza per dare tempo al Senato di legiferare. Una richiesta, per altro, smentita da Palazzo Madama che oggi, dopo le proteste dell'Associazione Luca Coscioni, ha precisato: "La telefonata del presidente del Senato Elisabetta Casellati al presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell'eutanasia è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo".

A chiedere un rinvio della sentenza è il centrodestra. "Il Senato è pronto. Chiediamo solo alla Corte di darci il tempo di farlo", ha detto la capogruppo di FI al Senato, Annamaria Bernini. Anche il senatore azzurro, Maurizio Gasparri, si è unito unisce all'appello: "La Corte può cassare le leggi, ma a noi, Parlamento, non si può impedire di farle le leggi". Lucio Malan ha ribadito che il Parlamento "deve esercitare la funzione" che la Costituzione gli assegna e Paola Binetti ha denunciato una sorta di "sgarbo istituzionale" fatto dalla Corte al Senato: "Il tempo a disposizione è stato praticamente scippato dalla Camera". E così Gaetano Quagliariello, sicuro che la Corte "disponga di tutti gli elementi fattuali per rendersi conto della situazione e decidere per un rinvio della trattazione".

Di contro, le altre forze politiche guardano proprio alla sentenza della Consulta per sbloccare la situazione. Il M5s, ad esempio, ha ricordato di aver lavorato a un testo di "buon senso" e di aver provato a cercare la convergenza tra le forze politiche ma senza esito, visto che neppure il comitato ristretto era riuscito a raggiungere un accordo su un testo base. Teme una melina che, in sostanza, solo una sentenza potrebbe sbloccare, nonostante ora possa contare sull'impegno preso sul tema dal Pd. Anche Marco Perduca, dell'Associazione Luca Coscioni, ha giudicato la richiesta di rinvio un "insulto" alle prerogative istituzionali ed ha invocato: "La Corte venga lasciata libera di decidere il 24 settembre, le Camere legifereranno poi".