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Cesare Battisti lancia un appello alla Giustizia: trattato come un terrorista islamico, inizio lo sciopero della fame

Il militante del Pac, condannato a due ergastoli, si trova da settembre nel padiglione dei jihadisti nel carcere di Rossano (Cosenza)

Cesare Battisti è in Italia, atterrato a Ciampino il volo dalla Bolivia

Cesare Battisti lancia un appello alla Giustizia in una lettera, dettata a una delle figlie durante la "visita" telefonica, in cui spiega di aver iniziato uno sciopero della fame per le "condizioni disumane" in cui si trova. A settembre è stato infatti trasferito nel padiglione dei jihadisti del carcere di Rossano (Cosenza) ed è in isolamento ininterrotto. "Sono fisicamente e mentalmente provato, non mi resta che dichiarare lo sciopero della fame", afferma il terrorista.

Privato di ogni attività, compresa l'ora di camminare Nella lettera scrive: "Sono l'unico prigioniero estraneo al jihadismo che si ritrova in un padiglione di massima sicurezza riservato agli accusati di terrorismo islamico, una situazione insopportabile che mi priva di ogni attività, compresa l'ora di camminare, fuori dalla cella, una minuscola gabbia dove un raggio di sole non entra mai. Il padiglione Isis è una flagrante violazione delle norme nazionali ed europee che garantiscono la dignità del recluso: qui non c'è attività di riabilitazione o integrazione sociale; la struttura stessa è concepita al solo scopo di punizione, una vera e propria tomba dove nemmeno un prete osa entrare".

 

 

Sciopero della fame Al terrorista è stato anche vietato l'uso del computer: l'unico contatto con l'esterno che avrebbe potuto avere dalla sua cella. "Ora al termine delle mie forze fisiche e mentali - aggiunge -, con patologie croniche, non mi resta che dichiarare lo sciopero della fame e la terapia affinché venga applicata la sentenza della Corte d'Appello di Milano che afferma che io possa entrare in carcere per intraprendere il legittimo percorso di reinserimento sociale previsto dalla legge, in un ordinario regime comunitario, come dovrebbe essere il caso di un condannato a 40 anni dai fatti che non rappresenta un problema di ordine pubblico o antisociale".

 

 

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