L'Intervista / 2

Ddl caccia, Buconi: "Riforma necessaria, i cacciatori sono ancora bioregolatori della diversità"

Il presidente della Federazione Italiana della Caccia parla in esclusiva a Tgcom24, argomentando il supporto al disegno di legge già passato al Senato

13 Lug 2026 - 07:00
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Il nuovo disegno di legge sulla caccia prosegue il suo iter di approvazione. Dopo aver ricevuto il via libera al Senato con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti, è ora in commissione Agricoltura alla Camera. Il testo riforma l'attuale legge sulla caccia, la 157 del 1992. Tra le novità del ddl ci sono l'introduzione del concetto di "gestione" della fauna selvatica, affiancato alla parola "protezione", la modifica dell'elenco delle specie che possono essere cacciate con l'aggiunta di piccione e oca selvatica, il rafforzamento del ruolo delle regioni nella pianificazione faunistico-venatoria e l'eventuale spostamento del periodo di caccia oltre il limite del 10 febbraio. Queste sono solo alcune delle novità presenti nel cosiddetto "ddl caccia". Il provvedimento ha la firma del presidente dei senatori di FdI, Lucio Malan e conta 20 articoli sui quali sta emergendo nelle ultime settimane un intenso dibattito. Massimo Buconi, presidente della Federazione Italiana della Caccia dal 2019, parlando in esclusiva a TgCom24, parla della riforma come "assolutamente necessaria" e afferma che i cacciatori forniscono un "apporto indispensabile alle istituzioni nella gestione degli ambienti". Poi respinge la definizione di "sparatutto" per questo disegno di legge che sta facendo discutere.

Una riforma della legge 157/1992, che stabilisce le norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio, era davvero necessaria?

Assolutamente sì. La legge cercava di mantenere insieme un equilibrio, declinando il concetto di gestione, sia del territorio sia della fauna selvatica, ma rapportato al tempo di inizio anni ’90. La velocità con cui sono cambiate la società, il clima, le sensibilità, il territorio, il modo di coltivare ha reso necessario una manutenzione profonda. Non nei principi portanti, che nessuno tocca.

Quali sono i punti di forza del ddl caccia?

Innanzitutto, l’introduzione del concetto di gestione della fauna selvatica. È un principio innovativo nella norma, anche se era già insito nella legge 157/1992. Quella legge parlava già di gestione del territorio, anche se l’insieme delle azioni gestionali non era di fatto inquadrato giuridicamente. Inserirle nel quadro giuridico chiama il cacciatore a maggiore responsabilità e lo porta a fare qualcosa di positivo nei confronti della fauna. In secondo luogo direi quegli emendamenti che replicano in modo più autentico le direttive europee, rispetto alla posizione adottata negli ultimi decenni. Infatti, l’applicazione che l’Italia ha sempre dato agli aspetti contenuti nelle direttive europee è stata molto condizionata da un pensiero anti-caccia e anti-gestione. Adesso le stiamo interpretando correttamente.

È un bene che le regioni abbiano un potere maggiore nella pianificazione faunistico-venatoria?

Quando si parla di regioni non stiamo parlando di una cosa a caso, ma parliamo di un organo costituzionale che è parte fondamentale dello Stato. La gestione della fauna ha bisogno di diversificazioni territoriali specifiche, di essere adattata ai vari ambienti. La Pianura Padana è diversa dalle colline toscane, da quelle umbre e così via. Poi, le regioni non è che sono libere di legiferare come vogliono. Devono sempre rispettare le direttive nazionali ed europee.

I cacciatori possono ancora essere definiti “bioregolatori della diversità”?

I cacciatori sono soggetti che hanno specifiche preparazioni e conoscenze. Ovviamente, come unici attori, non siamo dei bioregolatori della diversità. Ma è innegabile che diamo un apporto indispensabile alle istituzioni nella gestione degli ambienti. I cacciatori compiono azioni concrete nei boschi, nelle campagne. Saranno tutte giuste? Probabilmente no. Ma tanto se parliamo di caccia non va bene neanche la perfezione. È brutta di default.

In che modo la caccia può ancora essere considerata oggi uno strumento di conservazione della natura?

La caccia può essere considerata uno strumento di conservazione della natura, o meglio di gestione, perché se esercitata nel rispetto delle norme presuppone studio dell’habitat, delle popolazioni selvatiche, valutazione delle criticità e analisi sulla sostenibilità. Prendiamo per esempio i laghetti dove si esercita la caccia agli acquatici. Sono zone paludose che richiedono una gestione del territorio per creare un habitat ospitale per le anatre, dal punto di vista dell’approvvigionamento e della riproduzione. I cacciatori, durante la caccia agli acquatici, si prendono cura anche di tasca propria degli ambienti a loro tutela. Se l’ambiente diventa inospitale, le anatre non ci saranno più. Inoltre, prelevando anche una certa percentuale di animali selvatici, si aiutano questi ambienti a restare ospitali per alcune specie.

Quali sono i benefici che potrebbero riscontrare i cittadini con il passaggio del ddl caccia?

Ci sono emendamenti che vogliono rendere più efficaci alcune azioni che riguardano gli squilibri della fauna selvatica. La questione degli incidenti stradali non si risolve con la protezione della fauna, ma facendo in modo che in alcuni territori non ci sia un’eccessiva proliferazione di una certa specie. Ma voglio ricordare che la caccia è solo una delle azioni di gestione. L’intervento sul controllo numerico si può fare in diversi modi: abbattimento sì, ma anche con il controllo dei meccanismi riproduttivi o la modifica di alcuni parametri ambientali.

I richiami vivi sono ancora necessari nella caccia di oggi?

“Necessari” è una parola grande. La direttiva europea Uccelli tiene anche conto, all’articolo 9 “Deroghe”, degli usi e delle tradizioni locali. La caccia è un aspetto in cui la tradizione ha una rilevanza importante, al pari di altre azioni umane in altri campi. L’utilizzo di richiami vivi nella caccia agli uccelli migratori è una delle cose più antiche che ci siano, dietro cui ci sono conoscenze che si tramandano di generazione in generazione. Si può farne a meno? Certo, così come si può fare a meno della pizza cotta nel forno a legna. La nuova proposta, di cui tanto si discute, non innova nulla in materia. La direttiva europea Uccelli contempla l’utilizzo di alcuni richiami vivi, ma li consente solo da allevamento. Un conto, quindi, è dire che non si è d’accordo e un altro è dire che sono vietati. Questo non è corretto.

Fra le critiche che colpiscono il ddl caccia, qual è quella che si sente di contraddire di più?

Ne dico due: la caccia in spiaggia e la parola “sparatutto” per il decreto. Per la prima questione, si vuole far leva sulla suscettibilità delle persone andando a dire che fra gli ombrelloni verranno i cacciatori a sparare. La caccia nel demanio marittimo è già consentita dalle direttive comunitarie. È chiaro che non si intendano spiagge e gli stabilimenti balneari. Ma quelle porzioni di costa dove si può esercitare l’attività venatoria, anche in base alle disposizioni regionali. Questo è così da sempre, la proposta attuale non cambia niente. E mi faccia aggiungere.

Prego.

Decreto “sparatutto” cosa. Perché si aggiungono l’oca selvatica e il piccione alle specie cacciabili? Ci sono stati europei che consentono l’impedimento della schiusa delle uova tramite sostanze che inibiscono l’ossigenazione. In Italia, le amministrazioni comunali sono anni che lottano contro il piccione. La caccia contribuisce al controllo numerico. Non capisco perché si usi questa parola, “sparatutto”.

Preoccupa molto il ridimensionamento del ruolo degli organismi tecnico scientifici. Per esempio il parere dell’ISPRA non sarà più vincolante. Come risponde al dubbio sollevato dagli esperti?

Il parere di ISPRA è consultivo fin dalla legge 157/1992. Per questa legge il suo parere è sempre stato così, poi nel corso del tempo è impropriamente diventato vincolante. Nella nuova proposta non vedo alcuna diminuzione del ruolo di ISPRA. Questo organo non sparisce con il ddl, ma continua a esercitare le sue funzioni.

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Secondo lei la nuova proposta viola l’articolo 9 della Costituzione?

Così mi invita a nozze. Nell’articolo si legge che la Costituzione “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. Rifacciamo un esempio. Abbiamo, dico un numero a caso, 5mila anatre nei laghetti. In un’area di caccia, nel 2030, possono essere diventate 10mila. Al contrario, in una zona con divieto di caccia, fra qualche anno ne possono essere rimaste solo 50. Dunque, l’azione migliore nell’“interesse delle future generazioni” sarà quella che ha favorito la crescita della popolazione o quella che ne ha provocato quasi l’estinzione? Secondo me, la prima. Perché si pensa che “nell’interesse delle future generazioni” ci debba essere solo il divieto di caccia? Preservare una specie significa anche una gestione della stessa. Ma ricordiamoci che “gestione faunistica” non significa solo e necessariamente caccia.

Sul tema delle riserve private e sul timore che al loro interno si possa perdere il controllo, qual è la sua posizione?

Le riserve sono istituti privati, che devono rispettare il limite del 15% della superficie utile agricola. L’unica cosa che è stata cambiata, ma non con la nuova proposta, bensì con l’ultima legge di bilancio, è l’eliminazione del fine di lucro. Adesso si prevede l’attività di impresa. Fare impresa, per le riserve, vuol dire sì sfruttare le risorse naturali a fini economici, ma anche poter fare investimenti privati in materia di gestione ambientale all’interno delle riserve. Cosa succede al traffico urbano se non c’è il vigile a controllare? Le riserve non potranno fare quello che preferiscono, devono seguire le regole esistenti. Ma se nessuna controlla, qualcuno se ne può approfittare. La norma è giusta, magari ciò che mancano sono controlli sufficienti.

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