Dottoranda a Trieste

Trieste, l'incubo della 29enne pakistana: "Ho detto no a un matrimonio combinato, vogliono uccidermi" | "Non so neanche il nome di mio marito"

A Trieste da due anni per un dottorato, la 29enne denuncia le minacce di morte ricevute dagli zii: "Vogliono tagliarmi la gola, in Italia sono libera"

14 Set 2026 - 08:28
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 © Istockphoto

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In Pakistan è tutto pronto. La location è stata individuata, i parenti degli sposi sono stati pre-allertati. Manca solo Ayesha (nome di fantasia), giovane 29enne a Trieste da due anni per un dottorato in un centro di ricerca. La giovane donna non ne vuole sapere di rientrare in patria: quell'uomo, il suo futuro marito, non lo conosce. Non l'ha mai visto, nemmeno in foto, e non sa neanche come si chiama: "Lo potrei conoscere per la prima volta il giorno del matrimonio, i miei zii vogliono che lo sposi", ha raccontato al Piccolo. "Mi hanno detto che se mi rifiuto mi uccidono". 

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Le violenze in casa e la fuga in Italia: "Grazie a un docente"

 Fin da giovanissima, Ayesha racconta di aver subito "violenza fisica, abuso mentale e fisico" da parte dei suoi parenti più stretti: "[I miei zii] gestiscono la casa e comandano. I membri della mia famiglia materna hanno sempre cercato di controllare la mia vita e di impedirmi di studiare". La 29enne pakistana è riuscita a divincolarsi da questa morsa e venire in Italia, a Trieste: "Sono riuscita grazie al sostegno di un professore e così sono venuta in Italia. Ma gli zii non considerano appropriato per una donna della nostra famiglia vivere in modo indipendente. Sono preoccupati che abbia relazioni con uomini e che porti disonore". Addirittura, dopo aver scoperto che la madre di Ayesha aveva appoggiato la sua scelta "le hanno stretto le mani al collo. Il nonno l'ha difesa e loro lo hanno buttato per terra".

Il sistema delle caste e i matrimoni combinati: "Se dici no, ti tagliano la gola"

 Sono proprio gli zii, i padroni di casa, ad averle imposto di tornare in Pakistan per sposarsi. Un futuro marito di cui Ayesha non sa nulla: "Non l'ho mai visto, neanche in foto. Non so il suo nome, né l'età. Lo potrei conoscere per la prima volta il giorno del matrimonio. In Pakistan c'è infatti il sistema delle caste: le unioni avvengono in ambito delle reti parentali e dei clan. Ciò non deriva dall'Islam ma da una forte tradizione sociale". Dire no non è un'opzione: "Hanno detto che se mi rifiuto mi uccidono". E lei l'ha quasi vissuto sulla sua pelle: "Ti tagliano la gola, ti possono strangolare o ti avvelenano. Un'amica di una ragazza che conosco si è opposta al matrimonio perché amava un altro uomo... Le hanno tagliato la gola".

"In Italia mi sento libera, chiederò asilo politico"

 Tutto questo, ripete Ayesha al Piccolo, è fortemente radicato non nell'Islam, bensì nella tradizione pakistana. "Il rifiuto è considerato una vergogna per la famiglia, quindi vieni punita", spiega la 29enne. "A Trieste però non mi sento in pericolo, mi fido delle leggi italiane. Credo che chiederò asilo politico per essere protetta". Ayesha indica i jeans e la camicia che ha addosso: "In Pakistan potrei mostrare solo gli occhi. E non è consentito vestire così. Sarei vista come una poco di buono dai pakistani, comprese le donne. Ma io qui mi sento libera e con l'hijab sono a mio agio. L'Islam ritiene infatti che la donna abbia valore, ma è la reinterpretazione a essere sbagliata: perché ci sottomette". Ora Ayesha si è ripromessa di guardare avanti, mai più indietro: "Mi è stata proposta la possibilità di un dottorato in Canada o negli Usa. Sto valutando. Nel mio futuro mi piacerebbe sposarmi e avere dei figli, magari dei gemelli, ma ora sono concentrata sullo studio. Per superare i traumi subiti sto seguendo un percorso psicologico".

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