"scusa costruita a tavolino"

Iran, protestò contro il regime restando in reggiseno: "Ora viene curata e trattata come malata di mente"

Era il 2024, quando Ahoo Daryaei era finita in prigione perché aveva scelto di opporsi alle rigide regole dei pasdaran. La sua vita raccontata da un'amica 

16 Ago 2026 - 12:06
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Senza maglietta e pantaloni. Senza hijab. Si aggirava nel campus dell'Università di Teheran in reggiseno e slip, come forma di protesta perché era stata ripresa dalla polizia dell'ateneo della capitale iraniana per via del suo abbigliamento ritenuto non idoneo, visto che non indossava il velo obbligatorio. Una forma di protesta che ha fatto il giro del mondo e che le è costato l'arresto. Era il 2024, quando Ahoo Daryaei, studentessa iraniana e madre di due bambini, era finita in prigione perché aveva scelto di opporsi alle rigide regole imposte dal regime degli ayatollah. Successivamente fu destinata in un ospedale psichiatrico. Qui è stata legata per 18 giorni a un letto. La liberazione è arrivata a una condizione: accettare l'etichetta di malata mentale oppure essere giustiziata.

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La testimonianza

 Dopo due anni dai fatti arriva una versione chiara della vicenda che mostra uno dei meccanismi più inquietanti della repressione iraniana. Un tumulto emotivo che la donna, ora 32enne, vive ancora oggi. A ricostruire la storia è il Daily Mail, che ha raccolto le testimonianze di persone a lei vicine. Secondo quanto riferito al giornale britannico, dopo l'arresto, le autorità avrebbero cercato una spiegazione alternativa alla protesta diventata virale sui social: trasformare la contestazione contro il regime in un disturbo mentale della 32enne.

La scusa ad hoc

 La testimonianza racconta di una "scusa costruita a tavolino dal regime iraniano": le autorità avrebbero prima esercitato pressioni sulla famiglia per ottenere conferma del grave stato mentale della donna e poi avrebbero spinto l'ex marito ad ammettere che Daryaei soffriva di problemi psichici. Solo con questa conferma la studentessa è stata slegata dal letto e liberata dopo 18 giorni di ricovero. I parenti non hanno potuto fare altro che accettare queste condizioni per vedere in vita la donna. E con un colpo di spugna, le autorità di Teheran hanno cancellato i maltrattamenti, le umiliazioni e gli abusi inflitti sulla studentessa durante l'arresto, come una emorragia alla testa dopo che le hanno sbattuto la testa contro una portiera.

La somministrazione dell'antipsicotico

 Le autorità iraniane si sono spinte oltre: secondo le testimonianze, avrebbero posto la donna e il suo telefono sotto stretta sorveglianza. E, dal suo rilascio, la 32enne sarebbe costretta ad assumere il flupentixol, un farmaco usato per trattare la schizofrenia. Il tutto, avrebbero rassicurato le autorità ai familiari, coperto dall'assicurazione.

Ma non sarebbe lei a scegliere quando assumere il farmaco: sono i medici che glielo inietterebbero mensilmente per assicurarsi che lo prenda regolarmente. Nei mesi scorsi, infatti, i sanitari si sarebbero accorti che la giovane non stava assumendo gli antipsicotici semplicemente osservandola camminare: aveva una andatura troppo "normale", diversa da quella di chi è stordito per l'effetto dello psicotico. Cosa che lei non era per niente. Ed è stato così che il governo iraniano avrebbe scelto il destino della donna.

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