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Operazione antimafia a Palermo, 5 dei 9 fermi percepivano il reddito di cittadinanza

A Brancaccio sgominata la banda degli "spaccaossa", uomini spregiudicati pronti a reclutare persone ai margini della società disposte a farsi fratturare le ossa per poche centinaia di euro

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A Palermo 9 persone, riconducibili al mandamento mafioso di Brancaccio, sono state fermate dalla polizia, nell’ambito di un'operazione che ha fatto luce anche su un sistema di truffe alle assicurazioni con il sistema degli "spaccaossa". Cinque componenti della banda percepivano, all'interno dei rispettivi nuclei familiari, il reddito di cittadinanza. Uno degli indagati avrebbe buttato dalla finestra circa 8mila euro in contanti e carte di credito.  

Le accuse, a vario titolo, sono di associazione mafiosa, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, auto riciclaggio, danneggiamento fraudolento di beni assicurati ed altro.

 

"Uomini del disonore, difficile definirli in altro modo. Questa indagine conferma che i mafiosi si appigliano a qualunque cosa, anche speculare sulle mutilazioni della povera gente, per fare profitto". Il questore di Palermo, Renato Cortese, non usa mezzi termini per definire la banda degli "spaccaossa", uomini spregiudicati pronti a reclutare persone bisognose e ai margini della società disposte a farsi fratturare le ossa per incassare poche centinaia di euro a fronte di risarcimenti che arrivavano anche a 100mila euro e che finivano nella casse di Cosa Nostra.

 

I componenti della banda che percepivano il reddito sarebbero cinque su nove. I soldi del sussidio arrivavano ai nuclei familiari di: Nicolò Giustiniani (900 euro), Stefano Marino (500 euro), Pietro Di Paola (780 euro), Ignazio Ficarotta (600 euro) e Angelo Mangano (1.330). Per loro è scattata una segnalazione all'Inps. 

 

Nel corso del fermo, Giustiani avrebbe buttato dalla finestra circa 8mila euro in contanti e carte di credito e prepagate Tutto sequestrato dai poliziotti. "Per la prima volta un' indagine conferma l'interessamento diretto di cosa nostra in episodi di truffa. Questo avviene attraverso i due fratelli Marino, Stefano e Michele, a cui viene contestato il reato di associazione mafiosa", spiega il capo della squadra mobile, Rodolfo Ruperti.
 

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