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Mafia del Gargano, due arrestati per la strage di San Marco in Lamis

Tra le quattro vittime due contadini coinvolti nellʼesecuzione del 9 agosto 2017 nelle campagne di Apricena

Due uomini sono stati arrestati per il quadruplice omicidio commesso ad agosto 2017 nelle campagne foggiane tra Apricena e San Marco in Lamis. Due delle vittime, due contadini estranei al contesto mafioso, si erano trovati coinvolti in un'esecuzione mafiosa che aveva come obiettivo il boss di manfredonia Mario Luciano Romito. Questi primi due arresti, grazie a un blitz dei carabinieri a Manfredonia, rientrano nell'ambito di una più vasta indagine condotta dalla procura distrettuale antimafia di Bari contro la mafia del Gargano, con la collaborazione dell'agenzia dell'Ue Eurojust.

"Il contributo di più reparti specializzati di polizia giudiziaria, il lavoro coordinato di vari magistrati, l'altissimo livello tecnologico delle investigazioni, il coordinamento internazionale e finalmente - sottolinea la Dda di Bari - una rottura nel muro di omertà che da sempre contraddistingue quel territorio, stanno dando inizio a un nuovo corso nella lotta alla criminalità organizzata della provincia di Foggia, in questa come in altre indagini".

Per il quadruplice omicidio commesso nelle campagne di Apricena, nei pressi della vecchia stazione ferroviaria di San Marco in Lamis il 9 agosto 2017, i carabinieri del comando provinciale di Foggia e del reparto crimini violenti del Ros di Roma, con il supporto di quelli della Compagnia di Barletta, hanno infatti eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Bari, su richiesta della Dda, nei confronti di due indagati: Giovanni Caterino, 38 anni, e Luigi Palena, 48 anni, entrambi di Manfredonia.

Il primo è accusato di concorso nel quadruplice omicidio e di detenzione e porto delle armi usate per il delitto, entrambi di detenzione e porto di armi. Le indagini si sono sviluppate su piani diversi - spiega la procura barese - e sono state affidate a un pool di magistrati della Dda di Bari e a diversi reparti dell'Arma dei carabinieri, che hanno seguito i vari percorsi investigativi.

Le indagini, "estremamente complesse e di altissimo livello tecnologico, peraltro ancora in corso", hanno ricostruito quanto accaduto: Caterino, prima della strage, aveva studiato le abitudini di quello che era il suo obiettivo principale, Mario Luciano Romito, e lo aveva pedinato, per indirizzare e condurre i componenti del gruppo di fuoco fino al luogo dove poi è avvenuto l'agguato. Gli investigatori hanno raccolto e confrontato fra loro gli innumerevoli dati estrapolati da decine di telecamere disseminate lungo tutto il tragitto che hanno percorso sia le vittime che i carnefici, hanno ascoltato numerosissime intercettazioni, condotto molteplici servizi di pedinamento e osservazione, indagini che hanno "documentato il coinvolgimento diretto di Caterino, nonché il ruolo svolto da Palena per procurare due armi da fuoco, con relativo munizionamento, da utilizzare per l'omicidio, ancora in fase organizzativa, di un altro esponente del contrapposto clan Romito", spiega la Dda di Bari.

Altri, e importantissimi elementi indiziari - sottolineanio i magistrati - sono stati acquisiti, sin dall'inizio delle indagini, nell'ambito di una innovativa cooperazione internazionale, che ha coinvolto anche Eurojust. Infatti, nel corso di altre indagini condotte sempre dalla Dda di Bari e affidate ai carabinieri di Barletta, era emersa, grazie ad una intuizione dei militari, la possibile implicazione nella strage di Saverio Tucci, di Manfredonia come gli arrestati, soprannominato "faccia d'angelo", e in passato coinvolto nel processo alla cosiddetta mafia garganica "Iscaro Saburo", e condannato per traffico di droga.

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