Uccise per un paio di cuffiette, sì alla giustizia riparativa per Daniele Rezza
I giudici della Corte d'Assise d'Appello di Milano hanno stabilito che al 21enne va concessa "l'ultima opportunità" per "tentare un suo effettivo recupero sociale". I familiari della vittima erano contrari
A sinistra Daniele Rezza, a destra Manuel Mastropasqua © Da video
A Daniele Rezza va concessa "l'ultima opportunità istituzionale" per "tentare un suo effettivo recupero sociale". Lo scrive la Corte d'Assise d'Appello di Milano che ha ammesso a un percorso di giustizia riparativa il 21enne condannato a 27 anni di carcere per aver ucciso, nel 2024, con una coltellata al cuore il 31enne Manuel Mastrapasqua per portargli via delle cuffiette. Contraria la famiglia della vittima, che ha manifestato, viene spiegato, una "chiusura umanamente comprensibile".
Via libera del tribunale
Nell'ordinanza di sei pagine, la Corte spiega che "i programmi riparativi" sono "configurati dalla legge per essere svolti nell'interesse dell'autore e delle vittime del reato". Dunque, l'istanza di accesso alla giustizia riparativa presentata dalla difesa da Rezza poteva essere respinta limitandosi a "constatare il 'disinteresse' delle vittime", che hanno avuto - si legge - comportamenti di "aperta ostilità" quando Rezza, in aula, ha provato a chiedere scusa.
"Le scuse non valgono nulla"
Scuse vissute "come una oltraggiosa provocazione" dalla madre e dai fratelli di Manuel, parti civili. "Le scuse chieste dopo un anno non valgono niente e non me ne faccio niente", aveva detto il fratello dopo la sentenza in appello. I giudici, però, fanno notare che non si può "sempre" negare l'ammissione ai programmi riparatori quando manca l'interesse congiunto di vittime e autori di reati. E che negli omicidi "il dolore per la perdita" annulla quasi sempre "ogni interesse relazionale con chi tale invincibile dolore ha cagionato".
Un'ultima opportunità
Nel caso di Rezza, secondo la Corte, è dunque utile un "percorso di riconciliazione", anche con una cosiddetta "vittima surrogata", ossia di un altro fatto. All'omicida va concessa un'ultima opportunità, prevista dall'ordinamento, non solo per "il riconoscimento della vittima del reato", ma anche per una sua "responsabilizzazione" e per la "ricostituzione dei legami con la comunità". La pena che gli è stata inflitta è "severa" e "adeguata", dicono i giudici, ma bisogna guardare anche alla "rieducazione e al futuro reinserimento". I magistrati mettono nero su bianco che, in sostanza, finora la detenzione di due anni non è servita a nulla su questo fronte. Non è trascorsa settimana, scrivono, senza un rapporto disciplinare nei suoi confronti "per intemperanze", "esplosioni di ira" e "aggressioni".
La giustizia riparativa
Lui che è "affetto da sociopatia" e che quella notte dell'ottobre 2024 ha colpito una vittima a caso: "Chiunque si fosse trovato là avrebbe subito la medesima sorte", si legge nelle carte. Così, affinché possa prendere coscienza di tutto ciò, è stato ammesso al programma che il centro per la giustizia riparativa di Milano riterrà utile. Va sottolineato che il percorso non si sostituisce al processo penale né ne altera le garanzie, ma offre alle parti coinvolte dal reato un percorso parallelo, autonomo e volontario, fondato sul consenso, sulla partecipazione attiva e sull’intervento di un terzo imparziale.
Le parole dei familiari della vittima
"La Corte è stata estremamente obiettiva nel valutare la gravità del reato e la congruità della pena inflitta e comunque ha compreso le ragioni dei familiari a non prestare il consenso, vista la gravità dei fatti e il comportamento che Rezza ha avuto". Lo spiega l'avvocata Roberta Minotti, legale dei familiari di Manuel Mastrapasqua, dopo l'ammissione dell'omicida alla giustizia riparativa. "Mi pare quasi un atto dovuto da parte dei giudici, questa è un'impressione personale, in relazione al fatto che, trattandosi di una pena così severa, prima o poi Rezza dal carcere uscirà e quindi dovrà essere preparato per affrontare un reinserimento sociale". Nell'ordinanza della Corte d'assise d'appello viene precisato anche che le precedenti istanze della difesa per il percorso di giustizia riparativa, presentate prima al gip e poi ai giudici del primo grado, erano rimaste "inevase", ossia senza risposta.
