L'esperto

Omicidi-suicidi, la psichiatra a Tgcom24: "Non esiste il raptus, spesso è un gesto visto come salvifico"

La psichiatra e psicoterapeuta Tiziana Corteccioni spiega il drammatico fenomeno al centro dei casi di cronaca degli ultimi giorni  

03 Set 2026 - 22:23
La psichiatra Tiziana Corteccioni © Tgcom24

La psichiatra Tiziana Corteccioni © Tgcom24

Nelle ultime ore la cronaca è segnata da una sequenza di drammatici episodi di omicidio-suicidio: dalla vicenda di Pietralata , con i messaggi d'addio lasciati prima della tragedia, al caso di Finale Ligure, dove un uomo si è tolto la vita dopo aver ucciso moglie e figlio. Abbiamo intervistato la psichiatra e psicoterapeuta Tiziana Corteccioni per comprendere le dinamiche psicologiche e i fattori di rischio dietro a simili gesti.

Negli ultimi giorni assistiamo a una sequenza drammatica di omicidi-suicidi. Siamo di fronte a un picco reale o all'effetto cassa di risonanza dei media?? 

"C'è sicuramente una grande visibilità mediatica. Sono eventi che colpiscono perché non hanno una spiegazione immediata. Della vicenda conosciamo solo l'epilogo: l'omicidio e il suicidio. Quasi mai emergono subito i fattori scatenanti e la sofferenza pregressa". 

Quando avvengono questi fatti si parla spesso di follia o raptus. È davvero così? 

"Il raptus è un mito consolatorio per chi guarda da fuori. Nella maggior parte dei casi pesano fattori economici, la sensazione di aver perso tutto, conflitti familiari o contesti di violenza e controllo prolungati. Chi compie quel gesto matura la percezione angosciante che la propria situazione sia irreversibile". 

Qual è il meccanismo psicologico che porta a uccidere una persona cara prima di togliersi la vita? 

"In presenza di depressioni gravi o manifestazioni psicotiche, si innesca una dinamica agghiacciante che possiamo definire 'aiuto patologico'. Nella mente di chi sta male, uccidere la persona vicina non viene vissuto come un crimine ma come un'estrema forma di salvataggio: l'idea distorta di sottrarla a una vita drammatica che non potrà più cambiare".

Familiari e conoscenti dicono quasi sempre: "Sembrava tranquillo, non avevamo capito". Quali sono i segnali invisibili che rischiamo di ignorare? 

"Il segnale d'allarme principale è il progressivo isolamento, il chiudersi del tutto in se stessi. La socializzazione e la parola sono i primi fattori protettivi: finché una persona parla e si confida mantiene un aggancio con la realtà. Quando smette di farlo la situazione diventa critica". 

Chi sta accanto a una persona in forte sofferenza cosa deve fare concretamente per spezzare questo silenzio?

"Non minimizzare mai e non aspettare che sia l'altro a chiedere aiuto. Bisogna offrire una presenza chiara e concreta, dicendo esplicitamente: 'Vedo che stai male, io ci sono'. E soprattutto guidare la persona verso professionisti specializzati, perché da soli o in ambito familiare certe spirali non si possono gestire". 

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