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La caccia al furbetto: lapsus freudiano e soluzioni maldestre

L'intervento di Laura Parolin, presidente dell'Ordine degli psicologi della Lombardia

Chi, almeno una volta nella vita, non ha sentito parlare di lapsus freudiano? Ormai più di un secolo fa, il padre di una della correnti psicologiche più note al mondo, prese appunti su uno dei curiosi modi con cui la mente umana esprime cioè che è implicito, che rimane dietro le quinte, ma da lì spinge con tanta forza da venire fuori lo stesso, in modo trasformato, come, letteralmente, un vero e proprio "scivolone". 

Ecco. Partiamo allora da qui per riflettere su quello che è successo giovedì sera, 8 aprile, durante la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Mario Draghi che, con un maldestro lapsus, ha utilizzato l’immagine di uno "psicologo di 35 anni" per esemplificare la schiera dei "furbetti" che saltano la fila nella campagna vaccinale.

 

Proprio lo stesso Mario Draghi che, il 1 aprile, firmava il decreto legge 44 che obbliga tutti gli appartenenti alle professioni sanitarie (quindi anche tutte le psicologhe e gli psicologi) alla vaccinazione, pena la sospensione dallo svolgimento delle attività lavorative in presenza.

 

Va premesso che l'incoerenza comunicativa è chiara ai più (numerosissime e immediate sono state le reazioni di giornalisti, politici e dei componenti della nostra comunità professionale) e si inserisce in un anno altrettanto drammatico anche dal punto di vista della qualità della comunicazione istituzionale, dove i legislatori, invece di promulgare (leggi), offrono opinioni (consigli) alla popolazione. Premesso questo, cosa possiamo dire di quello che si cela dietro a questo "scivolone"?


Sicuramente è sotto gli occhi di tutti una campagna vaccinale sino ad ora poco organizzata, dove la comunicazione maldestra e le direzioni regionali spesso poco efficaci non hanno aiutato e non aiutano a rassicurare le italiane e gli italiani che "andrà tutto bene". Una campagna vaccinale che non ha ancora messo in sicurezza una popolazione, quella dei nostri anziani, che non solo è già stata falcidiata dalla pandemia, ma si trova oggi ancora non protetta dal vaccino.

 

Quindi forse a Mario Draghi serviva "un altro" a cui attribuire la responsabilità? Lo psicologo furbetto che salta la fila privo di coscienza civile (Draghi ci va giù pesante, per introdurre adeguatamente il suo lapsus).

 

Io, come psicologa e soprattutto come rappresentante di una categoria professionale, sottolineo non solo l'incoerenza e l'inconsistenza di queste accuse, ma voglio portare l'attenzione su come con così poche e maldestre parole, emerga una drammatica disinformazione rispetto alla nostra professione.

 

Decine di migliaia di psicologhe e psicologi lavorano ogni giorno a stretto contatto con la sofferenza e la fragilità in strutture sanitarie pubbliche e private, scuole, comunità, organizzazioni, solo per citarne alcune. Permettere loro di vaccinarsi significa tutelare l'utenza con cui vengono a contatto. Ma questo non è nemmeno l'aspetto più drammatico.

 

L'aspetto più drammatico è che lo "scivolone" di Draghi è quello di chi, nonostante questo periodo storico abbia messo in luce un significativo incremento del disagio psicosociale, dimentica che la Salute (lo dice l'OMS, se può bastare) include ineluttabilmente quella del corpo e della mente.

 

Forse allora sarebbe importante che la nostra classe dirigente politica, da quello psicologo di 35 anni (facciamo anche psicologa, dato che la nostra è una categoria per la maggior parte al femminile) prendesse qualche spunto su come la tutela della Salute passi dall'ascolto delle necessità della popolazione, una popolazione che oggi, a gran voce, ha bisogno di supporto per far fronte all'emergenza psicologica in corso. Una classe dirigente che, in un reale ascolto, sarebbe consapevole di quante italiane e italiani si confrontano con gli innumerevoli problemi legati ai disturbi mentali.

 

Per citarne solo alcuni: le famiglie che devono fronteggiare le difficoltà di avere bambini o adolescenti portatori di difficoltà e/disabilità; i minori che vivono in contesti non tutelati, esposti a trascuratezza e maltrattamenti; le donne vittime di violenza; gli anziani che non trovano assistenza. E ancora, come sottolineano diverse ricerche, il crescente rischio nella popolazione adulta di ricorrere ad auto prescrizioni di psicofarmaci che spesso non fanno altro che incrementare il disagio stesso.


Quando comincerà, questa classe dirigente politica, a dare risposte concrete al bisogno di sostegno delle cittadine e dei cittadini in una logica di integrazione dei saperi e delle competenze? È il momento di trovare soluzioni concrete.

 

Da una parte, passando da una necessaria riforma strutturale del nostro Sistema Sanitario che potenzi i servizi di psicologia e garantisca così l'accesso alle cure per le italiane e gli italiani che ne hanno bisogno.
Dall'altra, per citare le parole del Piano Colao, realizzando un vero welfare di prossimità che includa la riprogettazione dei servizi territoriali e attivi finalmente le unità multidisciplinari in cui può trovare collocazione una figura come quella dello psicologo delle cure primarie, capace di intervenire in un'ottica di prevenzione ed intervento precoci.

 

I 110mila psicologi italiani sono pronti. Forse, questa classe dirigente politica, un po' meno.

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