Violenza sessuale, aumentano le denunce
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Il Gup ha riqualificato il reato: da violenza sessuale aggravata commessa ai danni di un minore ad atti sessuali con minorenne
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Un 29enne bengalese è stato condannato a 5 anni per atti sessuali con una bambina di 10 anni, che è rimasta incinta ed è stata sottoposta ad aborto terapeutico. Per il Gup del Tribunale di Brescia non sarebbe stata violenza sessuale e per questo ha riqualificato il reato: da violenza sessuale aggravata commessa ai danni di un minore ad atti sessuali con minorenne. Il fatto è avvenuto nell'estate 2024 all'interno del centro migranti di San Colombano in Val Trompia. Il 29enne, che è in carcere dall'ottobre del 2024, ha ottenuto la possibilità di essere processato con rito abbreviato. La sentenza ha suscitato non poche polemiche. Per l'avvocato del 29enne, "è stata applicata la legge. Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che non c'è mai stata violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali".
I fatti avvennero in un ex albergo di Collio, in Val Trompia, allora centro di accoglienza per i richiedenti asilo. La bambina, ospite della struttura con la madre, era stata portata in ospedale per forti dolori addominali. In reparto i medici avevano scoperto che era incinta. Madre e figlia allora vennero trasferite in una struttura protetta, mentre l'uomo fu arrestato dopo aver ammesso le accuse.
Il reato, dunque, è stato riqualificato: da violenza sessuale aggravata commessa ai danni di un minore ad atti sessuali con minorenne. E tra i due reati la differenza di pena è di due anni: va da 5 a dieci anni per sesso con minori a 6-12 anni per violenza sessuale su minore. La pm Federica Ceschi aveva chiesto 6 anni e 8 mesi di reclusione.
E a chi inorridisce davanti alla parola "consensualità" parlando di una bambina di dieci anni, il difensore spiega: "Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità anche sotto i 10 anni. Quindi - sottolinea - vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso, sicuramente viziato e che non fa venire a meno il reato, anche da persone di età molto contenuta".
"Considerando poi la pena finale - la condanna a 5 anni - con un giudizio abbreviato e con la concessione delle circostanze generiche, vuol dire che il giudice si sia comunque molto discostato dal minimo edittale: questo significa che la gravità del fatto non è in discussione. È stata solo riqualificata più propriamente nel reato di atti sessuali con minorenne".
Dunque, la sentenza sarebbe corretta dal punto di vista giuridico, seppur da molti considerata "scioccante". "Per me non è scioccante - risponde il legale - poiché è la versione che è sempre stata data dal mio assistito. Si trattava di un processo in cui erano due versioni, quella della persona offesa e quella dell'assistito. Alla prova dei fatti, confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari, immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza".
"Il mio assistito non è stato assolto. I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità. Tant'è che siamo arrivati a una pena di 5 anni, in abbreviato, con concessione delle generiche", ribadisce. Nel rapporto consensuale tra il 29enne e la bambina non c'entrano assolutamente dinamiche culturali, "perché il fattore culturale - ci tengo a evidenziarlo - non è stato un punto della discussione", assicura l'avvocato.
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E a chi parla di pedofilia puntualizza: "Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste: la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all'interno del nostro codice penale che parla di atti sessuali con minorenne e - proprio perché il consenso è viziato - si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale. Cambiano solo un po' le aggravanti, ma le pene sono le stesse, proprio perché il consenso è viziato".
Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni. "Attendiamo di leggerle e poi decideremo se fare appello", ha commentato il procuratore di Brescia, Francesco Prete.