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Borsellino quater, giudici: "Investigatori dietro il depistaggio più grave della storia giudiziaria italiana"

La Procura di Caltanissetta, a poche ore dal deposito delle motivazioni della sentenza, ha chiesto il processo per tre poliziotti con lʼaccusa di calunnia in concorso

Furono "soggetti inseriti nell'apparato dello Stato" a indurre Vincenzo Scarantino a mentire sulla strage di via D'Amelio, costata la vita a Paolo Borsellino. E' quanto hanno ricostruito i giudici di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, in cui si sottolinea come le false dichiarazioni abbiano dato vita a "uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". Chiesto il processo per tre poliziotti.

Il processo Borsellino quater ha visto condannati all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a dieci anni per calunnia i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Vincenzo Scarantino, anche lui imputato per calunnia, è uscito dal processo per la prescrizione del reato, scattata perché i giudici gli hanno concesso l'attenuante riconosciuta a chi commette il reato indotto da altri.

Giudici: "Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria" - Il depistaggio era costato la condanna all'ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione. Per i giudici di Caltanisetta le dichiarazioni, poi rivelatesi infondate, erano al centro di di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana".

"Investigatori dietro il depistaggio" - Per i giudici il depistaggio delle indagini prese vita da "un proposito criminoso determinato essenzialmente dall'attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri". In particolare si fa riferimento ad Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò le indagini sull'attentato. La Barbera, nel frattempo deceduto, avrebbe avuto infatti un ruolo determinante nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia.

Il collegamento tra il depistaggio e la sparizione dell'agenda rossa di Borsellino - La Barbera, per i giudici, sarebbe stato inoltre "intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".

Per la corte l'agenda del magistrato, da lui custodita in una borsa e scomparsa dal luogo dell'attentato, "conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell'attività da lui svolta nell'ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci".

"Centri di potere dietro la strage" - Secondo i giudici, uno dei moventi del depistaggio potrebbe essere "l'occultamento della responsabilità per la strage di via D'Amelio, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere" che percepivano come un pericolo l'opera di Borsellino. Per comprendere le finalità, infatti, "non si può prescindere dalla considerazione delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, che ha riferito che prima di passare all'attuazione della strategia stragista erano stati effettuati 'sondaggi' con 'persone importanti' appartenenti al mondo economico e politico". "Giuffrè - spiegano i giudici - ha precisato che questi 'sondaggi' si fondavano sulla 'pericolosità' di determinati soggetti non solo per l'organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a 'fare affari' con essa".

Chiesto il processo per tre poliziotti - A poche ore dal deposito della sentenza, per il depistaggio la Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti. L'udienza preliminare non è stata ancora fissata. Il processo è stato chiesto per il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e per i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Per tutti l'accusa è di calunnia in concorso.

Mario Bo è il funzionario di polizia che faceva parte del pool che coordinò le indagini sulla strage del 19 luglio del 1992. Gli agenti Mattei e Ribaudo facevano parte dello stesso gruppo investigativo. Avrebbero confezionato una verità di comodo sulla fase preparatoria dell'attentato e costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino a fare nomi e cognomi di persone innocenti. Un piano con un regista ormai morto: l'ex capo della task force investigativa Arnaldo La Barbera.

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