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2 Giugno, "questa medaglia dʼonore per tutti i militari italiani deportati e dimenticati dalla storia"

Il 97enne Vincenzo Saponara è tra gli ultimi due in vita degli oltre 600mila Internati Militari Italiani. A Tgcom24 commenta: "La dedico ai miei nipoti, non passa notte che non ripensi a quella che fu la nostra ʼaltra Resistenzaʼ dopo lʼ8 settembre"

Il 2 giugno 2019 sarà una Festa della Repubblica diversa per il 97enne Vincenzo Saponara di Tolve (Potenza). Tra le sue mani ora stringe la medaglia d'onore concessa dal Presidente della Repubblica agli italiani deportati e internati nei lager nazisti. "Un'onorificenza che non è solo mia, - precisa a Tgcom24, 73 anni dopo la liberazione - ma di tutti i 600mila militari deportati (Imi, Internati Militari Italiani) nei lager del Terzo Reich dopo l'8 settembre 1943 (per altre fonti furono almeno 800mila, ndr); in pochi tornammo e al ritorno fummo dimenticati dallo Stato e dalla storia". Eppure la sofferenza subita, ribattezzata "l'altra Resistenza" non si può mai rimuovere: "Non passa notte che non ricordi quanto passato; questa medaglia è dedicata ai miei nipoti".

Due Giugno, a Potenza medaglia dʼonore per il maestro 97enne tra gli ultimi dei militari sopravvissuti ai lager nazisti

Per ottenere un riconoscimento, seppur oggi simbolico, ha atteso 73 anni Saponara, conducendo una vita impegnata ma sempre modesta da maestro di paese con qualche incarico politico nel Potentino. Cinque le medaglie d'onore consegnate a Potenza quest'anno, quattro alla memoria. Solo una a un ex deportato militare vivente: la sua.

Come ha reagito alla notizia della consegna? "La reazione emotiva è stata molto forte, è stato come riaprire una ferita che per tutta la vita ha cercato di curare", risponde a Tgcom24 la figlia Vittoria.

"Lì per lì - continua - ci ha risposto: ‘Non dovevate, ma perché? Che senso ha?’. Poi ha capito che era un riconoscimento importante e dovuto, non solo a lui, ma a tutti i suoi compagni di prigionia, in tanti non ce l'hanno fatta. E ci ha detto: ‘Voglio essere presente’; così noi figli, che solo negli ultimi anni, abbiamo potuto comprendere davvero quale grande peso si sia sempre portato nostro padre nel cuore, siamo stati felici di accompagnarlo in Prefettura a Potenza per la cerimonia".

"Ho già avuto il mio regalo dalla vita – ripete da sempre il maestro Saponara, - la vita di per sé è un grande dono e ne sono grato al Signore. Non solo, ho sempre insegnato ai miei tre figli, ai miei cinque nipoti ai quali dedico questa medaglia e ai miei allievi che il bene più grande, dopo la vita, è la libertà”. Quella libertà in nome della quale il maestro Saponara, tra gli ultimi in vita degli Imi (Internati Militari Italiani, gli uomini, cioè, delle Forze armate catturati e internati dai nazisti dopo l'armistizio), si è sacrificato.

"Non ero al fronte, ero un ferroviere sotto i tedeschi", sottolinea ripercorrendo con lucidità quel periodo di orrore dopo l’8 settembre con la dignità che è stata la forza sua e degli altri Imi per dire "no" a Salò. "Eravamo in 60 nella stessa baracca – aggiunge. - Nessuno di noi aderì, e nessuno di tutto il campo. Tutti devono saperlo, va tramandato nelle scuole, studiato sui libri. Il nostro No contribuì a cambiare il corso della storia e a far cadere il regime fascista".

“Il dolore di quanto passato si attenua con l’età, ma non scompare mai del tutto”, ammonisce, poi. Anche per questo, a 90 anni, dopo decenni di sofferenza in silenzio (caratteristica che accomunò quasi tutti gli Imi sopravvissuti, ndr), il maestro Saponara ha sentito irresistibile il bisogno di scrivere un diario di prigionia, pubblicato nel 2013 con il titolo "Dietro il recinto di filo spinato. Da Moosburg a Freising: ricordi di un maestro lucano dai campi di concentramento", Osanna Edizioni.

"Scrivere - riconosce - mi ha aiutato a esorcizzare finalmente questo trauma che mi porto dietro da quando ho venti anni e che ha segnato la mia vita, in ogni scelta". "Un ictus, però, mi ha impedito di completarlo; quello che manca l'ho raccontato a voce ai miei figli. E' fondamentale far conoscere le nostre vicende a chi le ignora perché nel Dopoguerra sono state volutamente cancellate", conclude.

In quelle pagine è così impressa la testimonianza diretta di quella che Alessandro Natta, segretario del Pci e Imi lui stesso, definì "l'altra Resistenza"; la fiera opposizione, cioè, dei militari italiani internati alla Repubblica di Salò. Il loro No, pronunciato a migliaia di chilometri da casa, patendo freddo, fame, vessazioni fisiche e psicologiche e resistendo a tutto ciò, spogliati di ogni dignità e libertà, permette da 73 anni di celebrare il 2 Giugno, la Festa della Repubblica.

A cura di Gabriella Persiani, giornalista e nipote dell'Imi Carmine Broccolini, sopravvissuto ai campi di Moosburg e Freising, medaglia d'onore nel 2011

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