C'è più di un dubbio sulla presunta aggressione che avrebbe subito nel carcere di Rebibbia Valter Lavitola, indagato perché ritenuto mandante dell'attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci. Il pestaggio, riferito in prima battuta dai legali dell'imprenditore, Sergio e Arturo Cola, è stato fortemente negato da fonti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "Non risultano relazioni di servizio, e quindi non c'è stata alcuna aggressione".
Cosa avevano raccontato i legali di Lavitola
"Abbiamo sentito Lavitola il quale riferisce di stare bene e di non presentare segni di percosse. Stiamo rivolgendo alla procura della Repubblica una richiesta per ottenere contezza dell'esistenza e del contenuto della nota della polizia penitenziaria presso il carcere di Rebibbia relativa alla presunta aggressione subita". Così i legali dell'imprenditore. "L'attuale detenzione di Lavitola in un reparto di alta sicurezza ove sono ristretti soggetti accusati o condannati per reati di mafia - aggiungono - rende evidente che lo stesso è esposto ai medesimi pericoli per la propria incolumità che avrebbero causato la presunta aggressione. Pertanto, l'unico modo di accertare la verità è quello di affidarsi ai pubblici ufficiali in servizio presso il carcere di Rebibbia".
La presunta aggressione
Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Messaggero che citava fonti della polizia penitenziaria, nel pomeriggio di martedì 1° settembre, Lavitola sarebbe stato vittima di un'aggressione con diversi "schiaffi": subito medicato, non avrebbe riportato gravi conseguenze.
Lavitola è detenuto a Rebibbia, lo stesso carcere dei tre indicati come presunti attentatori: Pellegrino D'Avino, Antonio Passariello e Saverio Mutone, arrestati lo scorso 30 giugno e legati alla microcriminalità avellinese. Secondo gli investigatori sarebbero stati ingaggiati dal braccio destro dell'ex editore, Clesio Gomez Tavares, e avrebbero piazzato l'ordigno davanti alla casa di Ranucci. I tre, intercettati in cella dopo la perquisizione al faccendiere, esprimevano, riferisce Il Messaggero, propositi di vendetta.
