Quando erano i due leader della banda della Uno bianca hanno condiviso azioni criminali per oltre sette anni prima di essere arrestati, ma ora che sono nello stesso carcere, a Bollate, i due fratelli Fabio e Roberto Savi non si parlano. Intervistati in due diverse trasmissioni televisive, a poche settimane di distanza, i due, all'ergastolo, raccontano storie differenti sul passato e sui legami del gruppo. Se Roberto in una trasmissione televisiva aveva detto che, almeno in alcune occasioni, erano stati i Servizi a spingerli a uccidere, Fabio, a "Quarto Grado", ridimensiona tutto. Non c'è stata nessuna protezione della banda, nessun livello superiore, né una strategia del terrore. "Lo dissi già una volta: dietro all'Uno bianca c'erano una targa, un paraurti e fanalini", ha spiegato, dicendosi pronto a parlare ai pm di Bologna che hanno riaperto le indagini a caccia, dopo tanti anni, di complici rimasti a piede libero.
"Ho scritto alla procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L'importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella", ha aggiunto Fabio Savi. "Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma... Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla", ha continuato.
"Ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno?" "No. Protetto da chi? Non c'è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni", ha risposto alla giornalista Francesca Carollo. La procura bolognese, diretta da Paolo Guido, acquisirà anche questa intervista e intende, nell'ambito dei nuovi accertamenti, sentire tutti gli ex componenti della banda, ma le audizioni non sarebbero ancora state calendarizzate.
