Prof accoltellata in diretta: vita vera e comunità finta, il cocktail dei social tossico per i ragazzini
Lo sconvolgente caso di Roma riporta ancora una volta a galla la pericolosità di certi canali per chi ancora non ha consapevolezza di sé e degli altri: stabilire regole, accompagnare, educare - ancor prima che vietare - è l'unica strada da percorrere
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L’annuncio sui social, il conto alla rovescia alle ore che mancano all’aggressione e, soprattutto, allo stream. I coltelli infilati nei pantaloni, lo spray urticante in mano. E la telecamera accesa, a riprendere ogni cosa.
Non è un film. È quello che è avvenuto nella scuola media Giovanni Verga, a Centocelle. Delle medie ho ricordi lontani e conosco pochi ragazzi di quella età (ho insegnato nelle scuole per poco tempo, e solo alle superiori), ma non ci tornerei volentieri. È il momento in cui tutto inizia a cambiare, in cui si viene improvvisamente strappati via dal proprio sé bambino e catapultati in un universo in cui non si è più e non si è ancora. In cui ogni nostra azione comincia ad avere una conseguenza, in cui i pensieri iniziano a farsi complessi. Alle medie ci si sente sbagliati per la prima volta, fuori luogo in corpi che diventano estranei e improvvisamente pieni di difetti. A tredici anni si ha il bisogno di sperimentare e di sperimentarsi, e per questo si fa tutto forte: si ride forte, si corre forte, si scherza forte, ci si mette in pericolo forte e, purtroppo, si fa anche male forte.
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Io però alle medie non dovevo fare i conti con internet, o, almeno, non come adesso. Appartengo a una generazione di mezzo, non sono estranea al mondo dei social – anche se non ne ho mai subito più di tanto l’attrazione –, ma sono abbastanza grande da ricordare un’adolescenza in cui internet non era ancora il luogo in cui accade quasi tutto, e in cui si pensa di poter essere tutto e fare tutto. Soprattutto quando si è sovraesposti alla violenza, che viene vista, ascoltata, giocata, assorbita, con il rischio che il suo linguaggio diventi la grammatica con cui pensiamo, la logica insensata con cui agiamo. Un mondo dei social deregolamentato può facilmente diventare il luogo oscuro dove irretire i ragazzini per fare leva sulle loro insicurezze e plasmare i loro cervelli in divenire, un buco nero in cui tutto può entrare e non si sa come verrà restituito.
Un ragazzo oggi è contemporaneamente una persona e un’immagine. E queste due vite sono sempre più intrecciate. La vita vera e quella mostrata sui social rischiano di diventare una cosa sola. Essere visti, ascoltati, presi in considerazione si traduce nella “popolarità” che un post ha sui social, nel numero di interazioni che una storia su Instagram fa guadagnare e nell’approvazione data dai cuoricini che riempiono lo schermo.
È difficile anche per me, ogni tanto, riuscire a vivere un momento senza pensare di mostrarlo agli altri. Qual è l’angolazione migliore per far capire quanto sono belle le mie colline con le distese di viti, o per inquadrare la luna che sparisce tra le nuvole?
Se per me può essere faticoso vivere senza avere uno spettatore esigente dentro la testa, mi chiedo quanto possa esserlo per un ragazzo che si trova tra le mani uno strumento potentissimo e al tempo stesso deve gestire tutto quello che gli succede intorno e dentro. E il confine tra il mondo vero, quello in cui il sole scotta la pelle, e quello virtuale, dove il sole serve solo a rendere il paesaggio più instagrammabile, si sfuma.
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È inconsapevolmente illuminante la frase dell’assistente scolastico quando ha trovato il ragazzo dopo che ha compiuto il gesto: “Era imbambolato e si scusava”. Non posso fare a meno di chiedermi cosa sia successo in quel momento preciso, quello in cui il piano della realtà ha preso il sopravvento. Il momento in cui si è rotto lo schermo, e all’improvviso è diventato tutto vero. Perché, pensateci, cosa c’è di più virtuale di un conto alla rovescia e di uno stream? Di persone dall’altra parte dello schermo che ti guardano, in attesa che succeda qualcosa di grande, di coinvolgente, di spiazzante. Come se fosse l’ennesima puntata di un true crime. Come se fosse tutto finto. La pianificazione prima, la preparazione in bagno, i guanti, gli occhiali. Ogni cosa ripresa, commentata, seguita. Il confine tra la realtà e la finzione diventato così labile che è difficile tracciarlo. E ora, invece, provate a pensare se esiste qualcosa di più concreto di un coltello che ferisce la carne. Delle urla, del sangue, della paura e del dolore; tutti insieme, tutti all’improvviso. Tutti veri. Senza la possibilità di tornare indietro, di rimuovere il post, di coprirsi gli occhi perché è una scena troppo spaventosa.
E quelle persone al di là dello schermo, che facevano sentire meno soli, che incoraggiavano e condividevano… ora dove sono finite? Non sono di certo lì, in piedi accanto a quel ragazzo, di fronte alla sua insegnante ferita. Sono da qualche parte lontani, protetti, ancora al di là della soglia del reale. Mentre lui non può più esserlo, perché la realtà l’ha riportato a sé con una zampata.
Il mio non è un modo per togliere responsabilità a quel ragazzo. Voglio solo condividerla, come tanto ci insegnano a fare i social. La società che viviamo ci chiede di gestire strumenti potenti e spesso non alla nostra portata, e noi chiediamo lo stesso a ragazzi che fino a ieri si spingevano sull’altalena per arrivare a toccare il cielo con la punta delle scarpe.
Bisogna fare i conti con gli strumenti che abbiamo, e credo che il primo passo sia stabilire dei confini, delle regole. E non penso sia compito esclusivamente dei genitori o delle scuole, ma anche e prima di tutto delle istituzioni.
Si parla spesso di mettere un limite d’età per l’accesso ai social. Sono convinta sia indispensabile, ma comunque non abbastanza. Bisogna anche insegnare ad avere a che fare con i social, che si abbiano tredici, quattordici o quindici anni.
A tredici anni si può essere molto intelligenti, eppure non intuire affatto le conseguenze di un gesto. Si può saper usare perfettamente un telefono e non sapere ancora gestire la vergogna, la rabbia, il desiderio di essere accettati. Si può avere accesso a un mondo intero, ma essere completamente sprovvisti degli strumenti indispensabili per attraversarlo.
Quello che bisogna fare è creare consapevolezza, non allarmismi. Educare senza limitarsi a demonizzare. E credo che solo le istituzioni abbiano un ruolo fondamentale in questo senso.
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Non è giusto che un genitore sia solo di fronte a una scelta così dirimente: vietare i social ai propri figli, costringendoli sostanzialmente a vivere ostracizzati dai compagni e spingendoli a fare dei social l’oggetto assoluto del desiderio, oppure concedere che “li usino come tutti gli altri”, trasformandoli nei malcapitati protagonisti di una puntata di Black Mirror. Credo servano regole chiare, che impongano dei limiti, che ci aiutino a proteggere i ragazzi, e formazione specifica, che li renda protagonisti attivi, con in mano tutti gli strumenti indispensabili per non essere piccole esche in un mare di squali. Sono convinta che la conoscenza, il sapere, sia l’arma più forte a nostra disposizione.
Chiara Baldi
Chiara Baldi è nata nel marzo del 1990 a Costigliole d'Asti, un paese tra le Langhe e il Monferrato dove torna ancora oggi per scrivere. Ha pubblicato nel 2023 con Mondadori L'erede della felicità. Attualmente sta lavorando a un nuovo titolo per Rizzoli che vedrà la luce il prossimo anno. Svolge attività di scrittura per terzi in ambito narrativo e saggistico ed è autrice televisiva per Mediaset
