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Le mascherine per gli italiani prodotte nel carcere di Bollate dove "lavorano" Stasi, Parolisi e Bossetti

La super prigione milanese entra a far parte del polo industriale che produrrà 800mila mascherine al giorno. Saranno operativi 24 ore su 24

Carceri, ecco che lavoro fanno i detenuti "famosi": da Olindo Romano e Rosa Bazzi a Massimo Bossetti

Condannati a pochi anni o all'ergastolo, all'interno delle carceri i detenuti hanno la possibilità di lavorare. Ecco che mansioni svolgono i reclusi "famosi", quelli cioè al centro dei fatti di cronaca puù conosciuti dall'opinione pubblica.

Un "vero polo industriale" che a regime arriverà a produrre 800mila mascherine al giorno e a lavorare su otto "macchinari tecnologicamente avanzati" saranno 320 detenuti delle carceri di Bollate, Rebibbia e Salerno. E' il progetto ".ricuciamo", nato da una partnership fra il Commissario straordinario per l'emergenza Covid e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia. E nel carcere di massima sicurezza di Bollate sono diversi i detenuti eccellenti che potrebbero anche partecipare all'iniziativa. Detenuti come Alberto Stasi, Salvatore Parolisi, Massimo Bossetti o Rosa Bazzi.

Una iniziativa, quella di ".ricuciamo", che sposa appieno la funzione delle carceri, cioè quella di recuperare e reinserire in società le persone. Nelle tre case di reclusione, ha chiarito Ernesto Somma, responsabile del team "riconversione incentivi" del Commissario per l'emergenza, prendono forma, dunque, "dei veri reparti industriali per una produzione efficiente di mascherine e quindi dalle tre carceri verrà fornito un contributo al Paese". Solo a Bollate, dove in totale ci saranno 4 macchine (le altre 4 negli altri due penitenziari) e si produrranno fino a 400mila mascherine al giorno, saranno inizialmente impegnati al lavoro "89 detenuti", come ha raccontato la direttrice Cosima Buccoliero.

 

Produzione attiva 24 ore su 24 - I macchinari e il tessuto necessario alla produzione vengono acquistati dalla struttura del Commissario straordinario e concessi a titolo gratuito all'Amministrazione penitenziaria, che si farà carico, invece, di pagare la spesa per il lavoro dei detenuti. A Bollate si lavora nell'area della "ex falegnameria" di 500 metri quadri, a Rebibbia in tre aree di 150 metri quadri ciascuna, adiacenti fra loro, e nel carcere di Salerno in un'area di 500 mq. Con quattro turni lavorativi ogni macchina produrrà mascherine 24 ore su 24. Ci saranno 10 detenuti per turno su ogni singola macchina, 6 addetti al funzionamento del macchinario, due addetti alla ricezione e alla preparazione del tessuto, due addetti all'impacchettamento e alla sanificazione delle mascherine, per un totale di 80 detenuti impiegati nei quattro turni di lavoro per le due macchine installate in ogni struttura produttiva (a Bollate quattro macchine).

 

Nel carcere di Bollate la maxi produzione di mascherine anti Covid-19

 

I detenuti selezionati saranno formati e abilitati all'utilizzo dei macchinari sotto la direzione di un manager operativo e le mascherine prodotte (che andranno agli istituti penitenziari e ad altre strutture in accordo con la Protezione civile) saranno dotate di certificazione di conformità e degli standard qualitativi. Un polo che, tra l'altro, ha messo in luce il capo del Dap Petralia, "potra' diventare un sito anche per la produzione di altro in futuro". 

 

I detenuti eccellenti a Bollate - Ma chi sono i detenuti eccellenti all'interno di Bollate? Sicuramente c'è Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l'omicidio a Garlasco della fidanzata Chiara Poggi. Di lui sappiamo che è un addetto al call center di una importante compagnia telefonica. Salvatore Parolisi, che presto potrebbe anche uscire di carcere per aver già scontato quasi metà della pena inflitta per l'omicidio della moglie Melania Rea, sta anche lui lavorando tra i centralinisti. C'è l'assassino di Yara Gambirasio, il muratore di Mapello Massimo Bossetti che invece rimette a nuovo macchine del caffè. E c'è anche Rosa Bazzi, condannata assieme al marito Olindo Romano per la strage di Erba. Lei crea borse e accessori in pelle il cui ricavato va ai bambini dell'Africa.

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