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Morto per fumo passivo in un ufficio Asl, Cassazione: sì al maxi risarcimento

Eʼ successo nel 2002, quando ancora non era entrata in vigore la legge Sirchia sul divieto assoluto di fumo nei locali pubblici. Il risarcimento alla famiglia sarà di 200mila euro

Morto per fumo passivo in un ufficio Asl, Cassazione: sì al maxi risarcimento

Sì al risarcimento danni in favore degli eredi di un dipendente morto a seguito di una malattia conseguente al fumo passivo nel luogo di lavoro, anche se all'epoca dei fatti non era entrata in vigore la legge Sirchia sul divieto di fumo nei locali chiusi. Lo ha stabilito la Cassazione, confermando una sentenza della Corte d'Appello di Roma che aveva accolto la domanda della vedova di un dipendente della Asl, e disposto un risarcimento di 200mila euro.

I giudici d'Appello, ribaltando la sentenza di primo grado, avevano ritenuto che effettivamente l'ufficio dove l'impiegato aveva lavorato era "insalubre" e che questo aveva portato all'insorgenza del tumore e, due anni dopo (nel 2002), alla morte. "Non solo a causa del fumo passivo, ma anche per le ridotte dimensioni" della stanza, dove lavoravano altri due dipendenti, entrambi fumatori.

Il caso giudiziario - La Asl ha provato, col suo ricorso in Cassazione, a contestare che quando il fatto si è verificato le conoscenze scientifiche non erano tali "mettere in guardia i fumatori sui danni alla salute connessi al cosiddetto fumo passivo". Secondo l'azienda sanitaria, erano state attuate tutte le cautele necessarie secondo le norme vigenti all'epoca, visto che solo nel 2003 la legge Sirchia ha imposto il "divieto assoluto" di fumo nei locali chiusi. La sezione Lavoro della Cassazione spiega, invece, che è comunque dovere del datore di lavoro adottare "misure di prudenza e diligenza" e "le cautele necessarie".

La decisione della Cassazione - In questo caso, "non può dubitarsi della correttezza delle argomentazioni, sull'azione del fumo passivo in ambiente inidoneo allo svolgimento delle attività lavorativa senza rischi per la salute", "al di là dell'introduzione di specifiche norme sui divieti di fumo". Doveva infatti "ritenersi pacifica, specie da parte di una struttura sanitaria, la conoscenza dei rischi". In questi casi, per altro "il giudice può giungere al giudizio di ragionevole probabilità" sulla base della consulenza d'ufficio e dei dati epidemiologici.

Non il primo caso - Non è la prima pronuncia della Cassazione sul fumo passivo. L'anno scorso la Corte condannò la Rai a risarcire con quasi 32mila i danni biologici e morali da fumo passivo subiti da una giornalista, sostenendo che l'azienda non aveva preso provvedimenti contro i dipendenti che continuavano ad appestare i colleghi, nonostante le sigarette fossero state messe al bando in tutti gli uffici e nelle redazioni.

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