documento di quasi 200 pagine

Dossieraggi, Pasquale Striano e le "zone grigie": la relazione della Commissione antimafia

I commissari puntano il dito contro un insieme di "protezioni e omissioni" di cui il tenente della guardia di finanza avrebbe goduto e sui suoi rapporti con alcuni giornalisti 

14 Gen 2026 - 15:30
 © Ansa

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Non una singola mela marcia, ma un intero "intreccio di protezioni, omissioni e controlli modulati" grazie a cui sarebbe stato possibile trasformare le banche dati dello Stato in uno strumento di profitto personale e pressione politica. E all'interno del quale Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio al Gruppo Sos della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, avrebbe operato come "soggetto collocato con una precisa funzione". Sono queste alcune delle conclusioni che la Commissione parlamentare antimafia ha spiegato in una lunga relazione di quasi 200 pagine sul caso dossieraggi, in cui il dito è puntato contro l'impunità e l'assoluta libertà che avrebbero regnato sovrane nelle Squadre operative di supporto. 

L'inizio del caso e il legame Striano-Laudati

 Tutto ha inizio nell'ottobre 2022, quando il ministro della Difesa Guido Crosetto denuncia la pubblicazione su organi di stampa nazionale di informazioni dettagliate sulla sua posizione contributiva, fiscale e patrimoniale. Informazioni in nessun modo desumibili da fonti aperte. I Carabinieri, analizzando le banche dati, avrebbero identificato accessi illeciti da parte di Pasquale Striano, tenente delle Fiamme gialle in servizio al Gruppo Sos della Dnaa. Striano viene iscritto nel registro degli indagati ma presto gli inquirenti romani avrebbero rivelato un nesso tra Striano e il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonio Laudati, referente del Gruppo Sos. Tra loro, stando alle carte dell'indagine, intercorrerebbe un rapporto di "reciproca fiducia" ed entrambi sarebbero stati "pienamente consapevoli" di operare in violazione della legge.

Quasi 400mila download, la "zona grigia" di Striano

 Dall'ingresso di Laudati nell'indagine, il fascicolo finisce in mano alla procura di Perugia. Sono i magistrati umbri a chiedere gli arresti domiciliari per i due ex colleghi, rigettati dal gip nel luglio 2024. A dicembre 2024 il Riesame riaffida l'indagine alla procura di Roma, che in undici mesi chiudono le indagini iscrivendo nel registro delle notizie di reato i nomi di 23 persone. Sintomo, ritengono, di un vero e proprio sistema. Per capire però in cosa consistesse il "sistema Striano", è sufficiente fare alcuni numeri citati dalla Commissione: 648 gigabyte di materiale scaricato dalle banche dati di vip e politici, 30mila ricerche e 349mila download solo dal pc di Striano. Il tenente della Gdf avrebbe sfruttato proprio la sua particolare posizione di finanziere dislocato nella polizia giudiziaria della Dnaa, quindi privo del "controllo gerarchico del Corpo" e al contempo "non assoggettato ad alcuna forma di controllo interno della Direzione nazionale antimafia". Una "zona grigia" - si legge testualmente nelle conclusioni della relazione - in cui Striano, con la compiacenza dei superiori, avrebbe operato completamente indisturbato sfruttando l'accesso trasversale a diversi sistemi operativi disponibili alle forze dell'ordine. 

Le "mancanze" dei vertici dell'Antimafia

 Stando alla Commissione antimafia, questa continua attività illecita all'interno delle banche dati sarebbe stata favorita da mancanze su più livelli. In primo luogo, l'assenza di un sistema di alert efficace per segnalare l'accesso del personale a banche dati sensibili. L'unica verifica, quando era presente, era quella dell'orario di accesso. Nella Relazione vi è poi segnalata una mancanza da parte dei superiori di Striano. Da Antonio Laudati al responsabile del Gruppo Sos, il magistrato Giovanni Russo, che avrebbe "consentito l'opacità" con "responsabilità piena senza aree grigie". Fino all'ormai ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, attualmente vicepresidente della stessa Commissione che ha redatto la Relazione. Secondo la Relazione De Raho avrebbe giocato un ruolo da "protagonista", avendo di suo pugno "adottato o controfirmato provvedimenti" pur essendo "pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio". All'attuale procuratore in carica dal 2022, Giovanni Melillo, vengono al contrario riconosciute "lungimiranza" e una buona dose di "rigore metodologico" per aver chiuso le falle che avevano reso il Gruppo Sos una "zona franca". Un risultato ottenuto in pochi giorni.

L'intreccio con alcuni giornalisti

Ma ci sono due ulteriori livelli che avrebbero partecipato consapevolmente o colposamente al "sistema Striano". Da una parte la Guardia di finanza, individuata dalla Commissione come "una struttura che ha mancato ai propri doveri di vigilanza in modo talmente sistematico da far dubitare che possa essersi trattato solo di incompetenza o disattenzione". Emblematica la figura del generale Umberto Sirico che, per stessa ammissione di Striano, aveva concesso al suo tenente "carta bianca". Dall'altra parte alcuni giornalisti che - si legge - avrebbero "istigato" Striano ad accedere illecitamente a precise banche dati "sollecitando l'acquisizione di informazioni specifiche". "Non un giornalismo che cerca la verità - si legge - ma un giornalismo che chiede, utilizza e diviene cassa di risonanza di materiale illecitamente acquisito. E dunque, si rivela come un giornalismo che non controlla l’operato delle istituzioni, bensì diventa istigatore di un flusso illegale di informazioni proveniente da soggetti collocati all’interno di esse; non un giornalismo che ricerca, ma un giornalismo che sollecita, che orienta, che attende materiale da pubblicare per fini evidentemente politici". 
"La condotta di alcuni giornalisti - continua la Relazione - in particolare di Giovanni Tizian e di Stefano Vergine, non può essere assimilata a quella del giornalismo d’inchiesta, che si muove entro i confini della legalità e della deontologia professionale". "I giornalisti indicavano nominativi, procedimenti, soggetti politici e contesti da verificare, chiedendo direttamente alla fonte di accedere a banche dati riservate e a registri giudiziari coperti da segreto". "Le informazioni provenienti da Striano si legge ancora nella relazione - erano finalizzate ad alimentare articoli orientati contro esponenti o ambienti politici appartenenti a una ben precisa area politica, certamente distante da quella dell’editore del Domani". 

Il dossieraggio e la proposta del nuovo reato

 "Non ci troviamo più davanti al singolo hacker, ma davanti a strutture stabili e organizzate che operano per acquisire ingentissime moli di dati da commerciate su larga scala". È questa la sicurezza della Commissione, che punta il dito contro una nuova "economia criminale del dato, che ha un prezzo maggiore quanto più è difficile accedere a quelle informazioni". È proprio la compravendita di dati, insieme al "valore di scambio per finalità di dossieraggio, pressione politica e vantaggio professionale", ad aver spinto Pasquale Striano a operare illecitamente. Ma, come lui, sarebbero responsabili anche le persone che hanno creato "un contesto istituzionale privo di qualsiasi presidio di vigilanza effettiva". Motivo per cui la Commissione ha proposto l'introduzione di una nuova fattispecie di reato, il "traffico illecito di dati informatici". Un reato che dovrebbe marcare in maniera più pesante e negativa le condotte come quella di Striano, altrimenti sbriciolate sotto diverse fattispecie come accesso abusivo, violazione della privacy, frode informatica e rivelazione di segreti d'ufficio. 
 

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