dopo un furto di energia

Abusivi, Cassazione: elettricità non è un bene indispensabile

Per i giudici chi si allaccia illegalmente alla rete sostenendo di non avere i soldi per la bolletta non può essere scusato per aver agito spinto dallo stato di necessità

04 Set 2017 - 15:33
 © ansa

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L'elettricità non è un bene "indispensabile alla vita". Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna per furto di energia elettrica nei confronti di una donna pugliese dichiaratasi sfrattata, senza lavoro e con una figlia incinta. Per i giudici, infatti, "chi si allaccia abusivamente alla rete sostenendo di non avere i soldi per la bolletta non può essere scusato per aver agito spinto dallo stato di necessità".

Per l'alta Corte, l'elettricità procura "agi e opportunità" ma non averla non mette a rischio l'esistenza. Come scritto nella sentenza 39884, "l'esimente dello stato di necessità postula il pericolo attuale di un danno grave alla persona, non scongiurabile se non attraverso l'atto penalmente illecito, e non può quindi applicarsi a reati asseritamente provocati da uno stato di bisogno economico, qualora ad esso possa comunque ovviarsi attraverso comportamenti non criminalmente rilevanti".

"Nessun pericolo in mancanza di energia" - La Cassazione ha poi sottolineato che "la mancanza di energia elettrica non comportava nessun pericolo attuale di danno grave alla persona, trattandosi di bene non indispensabile alla vita, nel senso sopra specificato (infatti, l'energia elettrica veniva utilizzata anche per muovere i numerosi elettrodomestici della casa): semmai idoneo a procurare agi e opportunità, che fuoriescono dal concetto di incoercibile necessità", condizione che la legge richiede per non emettere condanna.

Ricorso respinto - E' stato così respinto il ricorso di Concetta C., una 45enne di Francavilla Fontana (Lecce) che aveva chiesto clemenza per essersi allacciata abusivamente alla rete elettrica a causa delle sue condizioni "precarie e faticose" essendo "sfrattata e priva di lavoro, con una figlia incinta".

Confermata la sentenza della Corte di Appello - Viene, dunque, confermata la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Lecce il 28 settembre 2016 che aveva comunque ridotto la pena alla donna dichiarando tuttavia sussistente l'aggravante di aver agito fraudolentemente dal momento che anche quando l'allaccio avviene "senza rompere o trasformare la destinazione del cavo", si tratta sempre di un allaccio abusivo e come tale compiuto con fraudolenza. La signora Concetta è stata inoltre condannata a pagare duemila euro di multa alla cassa delle ammende per la pretestuosità dei suoi motivi di ricorso.

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