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Napoli, violentarono 12enne: "Messa alla prova, non processateci"

I baby aggressori hanno manifestato la volontà di "studiare e lavorare" e, pertanto, sono stati trasferiti in una comunità di recupero. La famiglia della vittima ha deciso di trasferirsi al Nord per la vergogna

Sono tornati in libertà dopo soli tre mesi di detenzione i tre ragazzini che il 28 aprile violentarono una 12enne a Castellammare di Stabia (Napoli). Il tribunale dei minori ha accolto la richiesta dei legali, disponendo il trasferimento in una comunità di recupero. I baby violentatori hanno manifestato la volontà di "studiare e lavorare" e, se l'istanza di "messa alla prova" dovesse essere accolta, non saranno mai processati per ciò che hanno fatto.

Come riporta il Corriere della Sera due dei tre minori, di età comprese tra i 14 e i 16 anni, sono parenti di un capoclan della camorra locale, noto con il nome di "Don Mimì". Dopo lo stupro di gruppo consumato in una stanza dismessa delle terme di Castellammare, hanno minacciato la giovane affermando che avrebbero mostrato ai suoi genitori un video con le immagini della violenza.

Il filmato è stato definito "brutale" dal pubblico ministero. La ragazzina trovò tuttavia il coraggio di denunciare i suoi aggressori, i quali hanno poi confessato. Travolta dal dolore e dalla vergogna per gli abusi subiti, la famiglia della vittima ha deciso di trasferirsi nel Nord Italia da Gragnano.

Cos'è la "messa in prova" - Se la relazione degli assistenti sociali e degli psicologi sarà favorevole, i tre baby violentatori non solo non andranno a processo, ma vedranno anche estinto il reato a loro imputato (violenza sessuale di gruppo ed estorsione, ndr). E il tutto grazie all'istituto della "messa in prova", secondo cui un atto contro la legge compiuto da una "personalità in crescita" non è di per sé indicativo di "una scelta di vita deviante". In altre parole il minore che commette un reato ha diritto a una "seconda possibilità", perché ha più chance di "redimersi" rispetto a un adulto. Nella convinzione che un programma di recupero, fatto di studio e lavoro, sia più utile e responsabilizzante rispetto a un periodo di detenzione.

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