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Incubo Calabria: i giudici depositano in ritardo sentenze e motivazioni, e i mafiosi escono dal carcere

Il processo di Rosarno in sei anni e mezzo non è neanche arrivato alla sentenza di primo grado, i boss di Cosa Mia sono fuori per decorrenza dei termini dopo due gradi di condanna. Ma le autorità non intervengono

Incubo Calabria: i giudici depositano in ritardo sentenze e motivazioni, e i mafiosi escono dal carcere

'ndranghetisti condannati in primo grado e in appello "graziati" da un giudice che, undici mesi dopo la sentenza, non ha ancora depositato le motivazioni; un processo per mafia che si riapre con cinque anni di ritardo; un altro processo, quello ai caporali di Rosarno, che a sei anni dall'inizio non è ancora arrivato neanche a una sentenza di primo grado. Questa è la situazione della giustizia in Calabria.

Il caso di "Cosa mia" - Nessuno dice nulla di una situazione sempre più imbarazzante, che viene raccontata in un articolo pubblicato sulla "Stampa". Dove si approdondisce in particolare un caso, quello noto come "Cosa mia". Un processo che si sviluppa nel 2010 da un'indagine della Procura di Reggio Calabria sulle famiglie della piana di Gioia Tauro, che negli anni Ottanta-Novanta danno vita a una sanguinosa guerra di mafia, con 52 omicidi. Un'inchiesta fa luce sulle cosche che controllano i lavori della Salerno-Reggio, con una tangente del 3% alle imprese, mascherate dalla voce "tassa ambientale" o "costo sicurezza".

Si fa il processo, mobilitando i reparti speciali per la delicatezza e la pericolosità della materia, e nel 2013 arrivano 42 condanne per 300 anni di carcere. Tutto confermato in appello, a luglio 2015. C'è il passaggio in Cassazione: e i tempi per fare tutto, prima che scadano i termini della custodia cautelare (sei anni), ci sono, visto che i boss sono stati arrestati nel giugno 2010. Peccato che i termini siano scaduti una settimana fa senza che alla Suprema Corte siano neanche arrivate le carte, ferme in Corte d'Assise a Reggio perché il giudice Stefania Di Rienzo non ha depositato le motivazioni. Dopo undici mesi.

Il risultato: tre imputati con doppia condanna per associazione mafiosa sono liberi. Altri dieci erano usciti sempre per scadenza dei termini della custodia cautelare. Un fatto pesante, che rafforza decisamente il potere della 'ndrangheta.

Processo Revenge e di Rosarno - Anche perché non si tratta di un caso isolato. Proprio in questi giorni a Catanzaro c'è l'appello del processo Revenge, dove alla sbarra ci sono sette imputati di mafia. Doveva partire nel 2011. Ce ne sono voluti cinque per costituire un collegio di giudici. Per il processo di Rosarno, sei anni non sono bastati per arrivare a sentenza. E così, nella regione con il record di Comuni commissariati per infiltrazioni mafiose, la 'ndrangheta, come dice l'ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, continua a operare un "atavico, asfissiante strangolamento del territorio" e a rappresentare "un pesante fattore frenante per lo sviluppo economico e sociale". Le autorità che dovrebbero occuparsene che fanno?

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