Braccianti bruciati vivi a Cosenza, le parole del gip: "Uccisi perché non volevano stare in 10 in una stanza"
Lo si legge nell'ordinanza con cui il giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere a Castrovillari per i due sospetti assassini. E spunta l'ipotesi secondo cui, nella fuga, siano stati aiutati da un terzo soggetto
Uccisi perché "si erano lamentati di dover vivere in dieci in una stanza". Sarebbe questo il movente della strage dei braccianti di lunedì 1 giugno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. La circostanza emerge dal decreto con cui il giudice per le indagini preliminari ha disposto il carcere per i due presunti assassini, i pachistani Ahmed Safeer e Ali Raza. Secondo quanto scrive il gip, la lite sarebbe scoppiata la mattina dell'omicidio tra una delle vittime e Safeer. A raccontare l'episodio agli investigatori sarebbe stato un conoscente di Raza, dopo averlo saputo proprio da lui. Nel corso dell'alterco, Safeer avrebbe riportato una tumefazione allo zigomo, tanto che l'altro indagato ha chiamato le forze di polizia per sedare la rissa.
Convalidato il fermo dei due pachistani
Come accennato, il gip del tribunale di Castrovillari ha convalidato il fermo dei due 31enni pachistani, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato. Il gip, contestualmente, ha disposto la custodia cautelare nel carcere di Castrovillari dove i due presunti assassini sono stati portati subito dopo il fermo disposto lunedì 1 giugno dalla Procura, al termine di un lungo interrogatorio notturno.
I due pachistani aiutati da un terzo soggetto?
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, i due presunti assassini potrebbero essere stati aiutati da un terzo soggetto. Dell'esistenza di quest'ultimo, stando a quanto si è appreso, ha parlato il superstite della strage, un 35enne afghano, indicandolo come un amico dei due pakistani fermati dalla polizia. L'uomo potrebbe già essere stato rintracciato e sentito dagli investigatori. Già nella serata di lunedì, dopo che nel tardo pomeriggio erano stati fermati Safeer Ahmed e Ali Raza, gli agenti della Squadra mobile avevano sentito tutti gli amici e conoscenti dei due gruppi di afghani e pakistani di cui facevano parte le vittime e gli indagati. Tutti i componenti dei gruppi, compreso il superstite e un suo amico che non si trovava sul van il giorno della strage perché ammalato, sono stati poi trasferiti da Villapiana e Trebisacce e portati in un'altra località.
