"Le indagini tecnico-scientifiche, tutte quelle che abbiamo condotto, supportano l'ipotesi che la testa di Serena Mollicone abbia impattato con la porta degli alloggi della caserma di Arce". È quanto ha detto in aula, nell'ambito del processo di appello bis del delitto del 2001, il luogotenente del Ris di Roma, Rosario Casamassima, consulente della procura generale. Il rappresentante dell'Arma ha illustrato le conclusioni del lavoro svolto facendo riferimento a 25 "frammenti lignei ritrovati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa e i capelli di Serena", oltre alle tracce di "resina e colla". Nel procedimento è imputata la famiglia Mottola, con il padre Franco, ex comandante della caserma del centro del Frusinate, la moglie Annamaria e il figlio Marco. Il corpo di Mollicone venne trovato in un bosco in località Fonte Cupa.
L'esperto del Ris ha escluso possibili contaminazioni dei reperti affermando che "cinque frammenti lignei sono stati ritrovati esattamente fra i nastri e i capelli di Mollicone" e che fra gli altri elementi repertati sui nastri c'era anche "un residuo di vernice della caldaia dell'alloggio".
Per i legali della famiglia Mollicone, gli avvocati Antonio Iafrate e Federica Nardoni, "quanto detto oggi supporta l'ipotesi accusatoria: Serena è entrata in caserma e non ne è più uscita. Anche la vernice della caldaia ritrovata ci dice che Serena è sicuramente stata lì". Dal canto suo l'avvocato degli imputati, Fabio Quadrini, afferma che oggi "abbiamo assistito all'ennesimo tentativo di adattare i fatti alla teoria e non la teoria ai fatti. Il consulente si è contraddetto rispetto a quanto detto precedentemente. Serena non ha impattato sulla porta, che non è il mezzo lesivo".
