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Roma, le risate dopo gli spari a Manuel: "Ci prendiamo la piazza" | Marinelli e Bazzano restano in carcere

Convalidato il fermo dei due che, nellʼinterrogatorio, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere: riconosciuta la premeditazione. Unʼorganizzazione criminale potrebbe avergli dato rifugio

"Ci prendiamo tutta la piazza, è nostra". Un grido di esultanza, e poi risate da parte di Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano, subito dopo aver sparato a Manuel Bortuzzo a Roma. Grida e risate che, sentite chiaramente dalla testimone che ha poi portato all'identificazione dei due, gettano una nuova luce sull'agguato. Il gip Costantino De Robbio ha convalidato il fermo disponendo il carcere e riconoscendo ai due il reato di tentato omicidio con la premeditazione.

A sparare è stato Marinelli - E' stato Lorenzo Marinelli, dal sedile posteriore dello scooter, a premere il grilletto credendo di aver dato una lezione ai rivali con cui poco prima era scoppiata una rissa all'Irish pub, dove avevano un appuntamento. Lì la pistola non l'avevano portata, ma l'avevano nascosta "in una buca nel terreno dove avevano parcheggiato il motorino", scrivono i magistrati nel decreto di fermo, riferendo le parole di Marinelli. Bazzano, che guidava lo scooter, sostiene di non aver saputo che l'amico aveva con sé un'arma.

Gip: "Spararono non per ferire ma per uccidere" - Nell'ordinanza di custodia cautelare il gip Costantino De Robbio ha scritto i due non hanno sparato per ferire ma con lo scopo di uccidere. "La ricostruzione del fatto in termini di tentato omicidio - si legge - appare inconfutabile allo stato essendo stati esplosi numerosi colpi di arma da fuoco verso le parti vitali della vittima, con evidente intento di ucciderla e non di ferirla". Appare invece "gravemente lacunosa la ricostruzione del movente".

Marinelli e Bazzano non hanno risposto al gip - Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano si sono avvalsi della facoltà di non rispondere nell'ambbito dell'interrogatorio di garanzia per il grave ferimento di Manuel Bortuzzo. Come spiegato dal difensore, l'avvocato Giulia Cassaro, i due indagati "hanno già spiegato tutto l'altro giorno in Questura".

Il legale di Marinelli e Bazzano: "Stanno male per quello che hanno fatto" - "Stanno male per quanto hanno fatto, come hanno già dichiarato l'altra sera". Lo afferma l'avvocato Giulia Cassaro, difensore di Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano, al termine dell'interrogatorio di convalida del fermo nel carcere di Regina Coeli.

La testimone chiave - A mettere gli inquirenti sulle loro tracce è stata la testimonianza di una donna, in auto con un'amica, che ai poliziotti ha raccontato di aver "sentito dei colpi di pistola" e di aver visto uno scooter fuggire "a tutta velocità", con a bordo "due ragazzi che urlavano e ridevano. Uno più piazzato, era senza casco e aveva il doppio taglio ai capelli. L'altro con un giubbotto rosso".

Chi li ha protetti? - Già, perché ancora i due non hanno detto una parola su dove si siano rifugiati prima di costituirsi. Secondo le ricostruzioni sarebbero stati nella casa di un pregiudicato ad Acilia, non lontano dal luogo in cui lo scooter è stato dato alle fiamme domenica mattina. Ci sarebbe poi un'altra persona coinvolta, a cui i due avrebbero offerto denaro in cambio di ospitalità. La Procura sta cercando di scoprire chi li abbia aiutati e chi abbia loro fornito l'arma. Anche sulla pistola restano molte cose da chiarire. Marinelli ha detto di averla trovata per caso qualche mese fa, ma i pm non gli hanno creduto.

La pista mafiosa - Ai magistrati è sembrato subito strano che i due non avessero parlato dei loro veri obiettivi. E questo ha fatto pensare che dietro i due uomini, già stati in carcere per spaccio entrambi e per rapina Bazzano, ci sia l'ipotesi di un'aggravante mafiosa. Lorenzo Marinelli è il nipote del boss Stefano, morto a gennaio 2017 in carcere: i Marinelli sono legati con il potente clan di camorra degli Iovine e dei Guarnera, che controllano i traffici ad Acilia. Ostia e il suo litorale sono invece territorio del clan Fasciani e della famiglia Spada. Marinelli e Bazzano al quartiere Axa spacciavano ma da cani sciolti, perché l'alleanza con Iovine e Guarnera si era chiusa con la morte dello zio e con l'arresto del padre. I due quindi si erano "messi in proprio" e, oltre allo spaccio, avevano messo a segno una rapina ad Acilia, che però è sotto la protezione dei "napoletani". Ecco dunque la rissa del 2 febbraio contro gli uomini della camorra di Acilia, che si erano subito ribellati alla "intromissione". E poi la corsa a recuperare la pistola per vendicarsi delle botte prese. Infine, dopo l' "errore" di persona, i due mettono a fuoco chi hanno osato sfidare. E così, consegnandosi alla giustizia, sembra che scelgano il male minore.

L'informativa sui Casalesi al pub - A rinforzare la pista mafiosa del caso c'è il particolare di cui parla un'informativa: sembra che quella sera al pub ci fossero i figli del boss dei Casalesi trapiantato ad Acilia, Mario Iovine. Quanto alla decisione di costituirsi presa da Marinelli e Bazzano, secondo gli inquirenti non è di grande rilievo: i due sapevano di avere gli uomini della Mobile addosso. E poi c'è una confessione ritenuta dai magistrati solo parziale. "Hanno cercato di limitare le proprie responsabilità", secondo gli inquirenti.

Il giallo della pistola - Per i due l'accusa è di tentato omicidio con l'aggravante di motivi "futili e abbietti". Alla base del gesto c'è infatti la volontà di una vendetta violenta, con un'azione premeditata, secondo la Procura. Marinelli ha ammesso di aver sparato dopo aver preso la pistola che aveva nascosto, mentre Bazzano ha detto di non sapere che l'amico avesse un'arma. "Gli ho detto 'ma cosa hai combinato?' e lui mi ha chiesto di portarlo a casa da suo figlio". Tutto confermato dall'altro. Ma i pm non ci credono, mentre ritengono "verosimile che Bazzano" sapesse "di essere tornato sul luogo per punire coloro che avevano picchiato l'amico e che tale comportamento possa giustificarsi solo essendo certo della possibilità di utilizzare l'arma".

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