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La "fine di un incubo": 6 anni in carcere per colpa del cellulare, ma lo aveva prestato

Pasquale Palumbo era stato accusato di un omicidio commesso nel 2003. La Cassazione lo ha assolto per la seconda volta. Aveva anche rischiato lʼergastolo

La "fine di un incubo": 6 anni in carcere per colpa del cellulare, ma lo aveva prestato

Aveva prestato il cellulare al fratello, gli è costato 6 anni di carcere. Oggi Pasquale Palumbo è libero e sente che "è finito un incubo". Era stato ritenuto colpevole niente meno che d'omicidio, perché il suo telefonino agganciava una cella nella zona dove la vittima era stata uccisa, a Bereguardo, provincia di Pavia. Adesso la Cassazione ha cancellato la pena di 24 anni e il 55enne è tornato a casa.

Assolto due volte in CassazionePalumbo era stato inizialmente condannato all'ergastolo, ma la Corte di Cassazione aveva annullato una prima volta la sentenza ordinando la ripetizione del processo. Così, una nuova pena, 24 anni, un nuovo ricorso e ancora la cancellazione. Questa volta però in modo definitivo. Nel frattempo, il carcere. "Non sappiamo ancora se chiederemo i danni oppure no", commenta l'avvocato Fabrizio Vincenti. "Da un lato c'è l'ingiustizia, dall'altro la voglia di mettersi definitivamente alle spalle un incubo durato 15 anni". Dal canto suo, l'uomo si è sempre dichiarato innocente e, in effetti, non c'erano né il movente, né tracce biologiche sul luogo del delitto per incriminarlo. Era bastato il cellulare, che in realtà aveva prestato al fratello.

L'omicidioI fatti risalgono al 2003, quando Gioacchino Lombardo, 51 anni, fu ritrovato morto carbonizzato in un'auto nei pressi del comune di Bereguardo, in provincia di Pavia. Fu stabilito che il movente era passionale e furono incriminati, assieme a Pasquale Palumbo, anche i suoi due fratelli e il figlio della vittima, che era un loro amico e che aveva deciso di confessare. L'ultimo fu condannato a 16 anni con rito abbreviato, mentre i fratelli di Palumbo a 30. Il 55enne, nato a Tor Vergata e gestore di un bar a Savona assieme a moglie e figli, aveva dichiarato di conoscere l'omicida, ma in entrambi i processi non era riuscito a convincere la giuria.

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