Ai colleghi sì, al capo no. Parliamo del classico vaffa... in ufficio. Qualche parolaccia, stabilisce la Cassazione, si può dire, anche quelle pesanti, a patto però che lo scambio ingiurioso avvenga tra pari grado, rendendolo inoffensivo. Invece il capo, specie se si trova in un ufficio pubblico, non deve essere chiamato str... o spedito a quel paese, perché, in tal caso, simili espressioni non perdono la loro valenza "spregiativa".
La differenza, spiega la Cassazione, sta proprio nel fatto che tali ingiurie vengono rivolte a un "soggetto con il quale non ci si trova in posizione di parità". Per questo motivo è stata confermata la condanna a una impiegata, Giuseppina N., che aveva insultato la dirigente, Arianna M. In particolare, stizzita perché il 'capo' non l'aveva ricevuta subito e in dissidio con lei per la gestione di una pratica, Giuseppina era uscita dalla stanza di Arianna dicendole 'cretina', 'stronza' e chiudendo con un bel 'vaff...''. Pronta la risposta, via carta bollata, del 'capo' che la querela.
Sia in primo grado, dal Giudice di pace di Ascoli Piceno (dove i fatti si sono svolti), che in secondo, dal Tribunale ascolano, Giuseppina è stata riconosciuta colpevole di ingiuria. Senza successo l'imputata ha sostenuto in Cassazione che le espressioni da lei usate erano, certo, un "esempio di inurbanità", ma largamente ricorrente nel parlare comune e non certo offensivo. I supremi giudici (sentenza 22691) le hanno risposto che "l'uso comune di tali espressioni ha modificato la valenza offensiva soltanto quando si collocano in un discorso che si svolge tra soggetti che si trovano in condizione di parità.
