Il partito ultrà e il male oscuro
Una tragedia che non c'entra col calcio
Enrico Maida sul Messaggero di lunedì 12 nvoembre
Ha ragione Buffon quando dice che questa tragedia non ha nulla a che vedere con il calcio. E che quello che è successo al povero Gabriele poteva accadere davanti a una discoteca o in una stazione della metropolitana. Ma quello che è successo dopo riporta il detonatore all'interno e nei dintorni degli stadi spingendo davvero il calcio vicino all'esplosione definitiva. Di fronte a una tragedia provocata, a quanto pare, da un errore umano, il partito degli ultrà, come è stato definito da Sacchi, ha deciso che non si doveva giocare.
Attenzione, non un gesto di solidarietà umana nei confronti del povero ragazzo ucciso, ma una dichiarazione di guerra nei confronti delle forze dell'ordine.
Un altro caso, l'ennesimo, che segna in qualche modo l'affermazione della prepotenza sull'ordine in nome di un codice non scritto che affratella la tifoseria estrema di tutte le squadre. Gente che magari in certe occasioni si combatte a colpi di spranghe salvo trovarsi unita e compatta nella battaglia contro i poliziotti che ieri a Roma ha toccato livelli di altissima tensione.
Era già successo il 21 marzo del 2004. Allora furono gli ultrà della Roma c della Lazio a imporre la sospensione del derby: si era diffusa la notizia, poi rivelatasi falsa, della morte di un bambino durante una carica della polizia. Succede in forma più blanda e per questo trascurata quasi ogni settimana. Scioperi del tifo contro gli arresti di qualche teppistello, striscioni di solidarietà, insulti ai «celerini». Una polveriera pronta a esplodere, basta accendere la miccia.
I fatti di Bergamo sono significativi. Gli ultrà dell'Atalanta, applauditi da quelli del Milan, hanno deciso che non si doveva giocare. E di fronte all'atteggiamento di arbitro e calciatori che hanno dato il via alla partita, hanno cominciato a martellare il vetro antisfondamento della curva con un tombino. I giocatori dell'Atalanta, che si sono avvicinati per tentare di dissuaderli, sono stati avvertiti: o vi fermate o facciamo una catastrofe. Tutti questi signori dovrebbero essere facilmente identificabili dalle immagini televisive: alcuni di essi hanno addirittura posato per una foto ricordo accanto al vetro scheggiato. Forse arriveranno gli arresti, ma ieri gli ultrà hanno vinto un'altra battaglia: il questore ha ritirato i suoi uomini per evitare lo scontro frontale e la partita è stata sospesa dopo sette minuti.
Roma-Cagliari non è nemmeno cominciata. Qui, nella città colpita e ferita dal lutto, la resa è stata preventiva e probabilmente inevitabile: c'era il timore che all'esterno dell'Olimpico si scatenasse una guerriglia. Visto quello che è comunque accaduto a Roma nonostante l'Olimpico chiuso, quel timore somigliava a una certezza. D'altra parte anche dove si è giocato, a Reggio Calabria come a Siena, sono state chiaramente udibili le invettive contro la polizia. Un fenomeno, se vogliamo chiamarlo così, marcatamente italiano perché il teppismo da stadio esiste dovunque ma non ha questo marchio così identificato, quasi ideologico.
Non sono tantissimi, ma non sono neanche pochi. Sono arrabbiati con il mondo e con la vita. Sono portatori (e portatrici) di un grave disagio sociale. Sono stati protetti, blanditi e strumentalizzati anche a livello politico per troppo tempo. Ecco perché la malattia è grave ed ecco perché le prossime manette che scatteranno da Bergamo in giù non basteranno per la guarigione e forse alzeranno il livello dello scontro. I fuochi di Roma, in questo senso, sono un pessimo segnale ma la gente normale avrà pure il diritto di non sentirsi sopraffatta, in uno stadio come in un autogrill.
