cronaca

Po, siccità e pessima governance

Marco Alfieri su Il Riformista

27 Apr 2007 - 11:01

Milano. Quando il decentramento fallisce, mostra la corda, deresponsabilizza, parcellizzando allo sfinimento i momenti decisionali. Competenze di tutti, competenza di nessuno. Insomma non sempre "federalismo è bello", anche nel profondo nord, che pure per molti versi ne avrebbe un estremo bisogno. Ad esempio il governo del Po e del suo bacino è un caso classico di fallimento del federalismo. E badate che non si tratta di un sofisma accademico perché la pessima govemance del grande fiume malato si tiene da vicino con la questione per eccellenza di questi giorni, cioè l'emergenza siccità e il consueto codazzo di polemiche e di allarmi apocalittici: le industrie che minacciano di chiudere, la primavera più calda degli ultimi settant'anni, i razionamenti che incombono, l'agricoltura che rischia il disastro, i 50 e passa miliardi di euro che ci vorrebbero per ammodernare la rete colabrodo, la dispersione incredibile di acqua tra immissione in rete e consumo effettivo (media nazionale del 28% con picchi del 50% in meridione). Tutte cose sacrosante, intendiamoci. Però cominciare a occuparsi della governance, in questo caso del Po, sarebbe forse più utile ad affrontare fuori da moralismi e stravaganze (l'ultima di ieri è di destinare il tesoretto al potenziamento delle reti idriche) l'emergenza.
A dimostrarlo, ad esempio, è una dettagliata indagine condotta recentemente dai francesi della Compagnie nazionale du Rhone (Studio per individuare gli interventi necessari a ottimizzare l'uso della rete navigabile lombarda) che evidenzia esattamente «come l'alveo del Po, dal 1950 a oggi, si sia abbassato paurosamente di oltre 5 metri a causa dell'enorme volume di estrazioni di sabbia, a un ritmo annuo di 10 milioni di metri cubi». Un dato che da solo dovrebbe spingere con urgenza «a una cura manutentiva organica sulla protezione degli argini, dei pennelli realizzati quasi 50 anni fa, delle conche, nonché a un più efficace drenaggio, assieme a una rigorosa vigilanza sulle troppe escavazioni abusive».
Invece «la siccità di questi giorni sta dimostrando esattamente come il governo complessivo del bacino flu viale del Po e della sua sistemazione idraulica sia in questi anni sfuggita di mano alle regioni del nord, che non hanno saputo gestire il decentramento delle competenze, ingigantendola e aggravandola», spiega Dario Balotta, segretario
generale della Fit Cisl Lombardia. Ci vorrebbe al contrario una cabina di regia nazionale capace di superare l'attuale frammentazione. «Un'autorità unica di bacino, una regolazione costante delle acque sul modello dei fiumi nord europei, francesi e tedeschi, come si desume tra l'altro dallo studio». In Italia, infatti, il sistema è strabarocco: esiste il Magistrato del Po, c'è l'Intesa interregionale tra le quattro grandi regioni rivierasche (Veneto, Emilia, Piemonte e Lombardia), poi c'è l'Aipo, nato da una costola del Magistrato, infine ci sono le province attraversate dal fiume, che hanno pure loro competenze sui regimi idraulici e sulle escavazioni. «Ogni livello dunque governa un pezzettino», ragiona Balotta.
La conseguenza è che manca qualsiasi raccordo, ognuno va per conto suo, «si è fatto i propri porti:
l'Emilia, Boretto e Reggio; la Lombardia, Casalmaggiore, Cremona e Mantova e via elencando». Peggio: «Specie le regioni hanno fatto un sacco di investimenti. Si sono spesi parecchi quattrini pubblici per costruire infrastrutture di portualità o canali di navigazione (come quello CremonaMilano/Pizzighettone) senza intervenire però sulla navigabilità del fiume, cioè sul prerequisito fondamentale alla mobilità fluviale», visto che il Po, orinai, è navigabile non più di 150 giorni l'anno (ad esempio il porto di Cremona attualmente è chiuso, non c'è più fisicamente il collegamento al fiume).
Un governo più razionale delle acque, invece, permetterebbe sempre secondo lo studio, «di ridurre al minimo lo spreco di acqua, che scorrendo più lentamente sarebbe meglio e per più tempo utilizzabile dalle colture agricole; di incrementare la produzione di energia elettrica; e di rendere il fiume maggiormente navigabile (l'affossamento incipiente dell'alveo causa un pescaggio insufficiente, difficoltà di passaggio in molte curve, e una velocità di flusso troppo elevato)».
Non bastasse, la siccità sta frenando il trasferimento via fiume di una quota sensibile di merci che attualmente viaggiano sulle iper congestionate arterie padane, vanificando ulteriormente gli enormi investimenti effettuati nella portualità fluviale. «Molte aziende che avevano scelto il trasporto merci fluviale negli anni scorsi - conclude Balotta - stanno tornando alla gomma, inevitabile». Valga per tutti il dato sulla decrescita del movimento merci relativo ai porti di Cremona e Mantova, sceso rispettivamente a 456 mila e 105 mila tonnellate (nel 2005) contro le 756 mila e 193 mila del 2000. Potenza di un malinteso federalismo all'italiana.