Trapianto con tumore, escluse colpe
Modena, sulla base della prima perizia
La morte di Rita Borrelli, la 54enne napoletana deceduta a settembre di un tumore a un fegato che le avevano impiantato il 31 dicembre 2001 al Policlinico di Modena, non sarebbe direttamente correlabile con i linfomi maligni pur presenti nell'organo. Il cancro si sarebbe sviluppato dalle stesse cellule della donna e non da quelle del fegato ricevuto dal donatore. Lo dice la prima perizia dei consulenti del pm che sembra escludere colpe dei medici.
Gli esperti nominati dal sostituto procuratore, Paolo Benciolini e Massimo Rugge dell'Università di Padova, sarebbero giunti a questa conclusione dopo una serie di approfondite analisi tra cui un complesso test biomolecolare eseguito sui prelievi di tessuto avvenuti durante l'autopsia. Per la perizia completa sarà necessario aspettare ancora una decina di giorni.
Subito dopo il decesso, avvenuto l'8 settembre nell'ospedale Cardarelli di Napoli dove la donna era ricoverata da oltre tre mesi, il pm Andrea Claudiani aveva aperto un'inchiesta per omicidio colposo e iscritto nel registro degli indagati Antonio Pinna, direttore del centro trapinati multiviscerali del Policlinico di Modena, e i medici Raffaele Della Valle, in sala operatoria al momento dell'intervento, Fabrizio Di Benedetto, Roberta Gelmini e Alessia Andreotti che eseguirono il prelievo dell'organo da un donatore di 55 anni morto ad Avellino.
Ma la vicenda giudiziaria del caso Borrelli era cominciata il 6 luglio del 2002 quando la donna, dopo la diagnosi che aveva rivelato la presenza di cellule cancerogene al fegato che le era stato trapiantato, presentò alla procura di Modena un esposto contro il Pinna e la sua equipe. Claudiani aprì un fascicolo per lesioni gravi, reato che, dopo il decesso della donna, si trasformò in omicidio colposo.
Pinna ha sempre sostenuto di aver saputo della presenza di linfomi nel fegato del donatore soltanto durante l'operazione, quando ormai era troppo tardi per tornare indietro. Ma i familiari di Rita Borrelli, rappresentati dall'avvocato modenese Cosimo Zaccaria, hanno sempre chiesto "giustizia".
Fin dai primi esami istologici eseguiti dal Policlinico di Modena, esami messi a disposizione della Procura, risultava che la composizione cromosomica del cancro che stava uccidendo la donna aveva una composizione femminile quindi non compatibile con il sesso maschile del donatore. Il consulente della parte civile, il medico legale Giovanni Del Ben, direttore sanitario del centro tumori di Aviano, ha sempre sostenuto che quei referti non costituivano elemento di certezza perché il test era stato eseguito in privato.
I risultati consegnati nei giorni scorsi al pm (e attesi da settimane) dai consulenti della Procura dovranno essere valutati dal magistrato dopo aver sentito anche i periti della parte civile. Solo dopo il sostituto procuratore deciderà su un'eventuale archiviazione dell'inchiesta.
"Ribadisco quanto più volte dichiarato - si legge in una nota del direttore generale del Policlinico di Modena Claudio Macchi - sono vicino al dolore dei famigliari di Rita Borrelli, riconfermo la più assoluta fiducia nell'operato del professor Antonio Pinna e della sua equipe e attendo serenamente le conclusioni del lavoro che sta svolgendo la magistratura".
