Al bando le consulenze telefoniche
Cassazione conferma condanna a 3 medici
La Cassazione mette al bando le "consulenze telefoniche" dei medici per chiedere un consulto specialistico ad altri luminari. E' stata, infatti, confermata la condanna a 4 anni di reclusione a tre medici del Sant'Orsola di Bologna. Dopo una gravidanza difficile una donna aveva avuto una forma emorragica che l'ha portata alla morte. Il caso era stato seguito dai tre medici che si erano fidati di una serie di "consulenze angiologiche" fatte al telefono.
Piazza Cavour ha confermato la colpevolezza dei tre primari del policlinico Sant'Orsola di Bologna per aver trattato "in modo negligente e imprudente" il ricovero di una donna non curata tempestivamente dopo un parto cesareo e numerosi episodi di sanguinamento. Ricoverata per minaccia di parto prematuro il 29 febbraio del '96, il 5 marzo la signora aveva avuto un parto gemellare con taglio cesareo. Nella stessa giornata era comparso un ematoma, che era stato rimosso con un altro intervento. La donna ebbe altri episodi di sanguinamento addominali ed ematomi con ricoveri e altre operazioni fino a che il 21 marzo esami specifici evidenziarono una sindrome di emofilia acquisita e smentirono una diagnosi di sindrome Lac effettuata con una consulenza telefonica senza la visita dello specialista.
La signora avrebbe potuto salvarsi dalla morte se gli esami approfonditi fossero stati disposti per tempo Per questo omicidio colposo è stato giudicato colpevole Luciano B., direttore responsabile del reparto di Fisiopatologia prenatale, il direttore è stato ritenuto responsabile per aver consentito la prassi delle consulenze telefoniche e per aver dato disposizioni tese a "limitare il ricorso ad accertamenti diagnostici". Giudizio di colpevolezza anche per Nicola R., responsabile dell'ambulatorio per le gravidanze a rischio e per Patrizio C., medico caporeparto.
La Suprema corte ha reso definitiva la condanna a quattro anni di reclusione. Dovranno anche rispondere, in sede civile, del risarcimento dei danni ai parenti della donna. I supremi giudici, oltre a proibire la prassi delle "consulenze telefoniche", avvertono i primari che non devono badare a spese per effettuare gli accertamenti diagnostici relativi ai casi clinici di più difficile soluzione. La Suprema corte ha quindi affermato che "se è doveroso impartire disposizioni dirette ad effettuare gli accertamenti strettamente necessari in base all'accertata patologia dei pazienti (o alla necessità di accertare da quale patologia siano affetti), questo rigore non può non subire attenuazione nel caso di due concorrenti condizioni". Queste sono: "Il dubbio diagnostico e la gravità delle conseguenze che da una patologia può derivare". Aggiungono i magistrati di legittimità - sentenza 9279 - "che il dubbio diagnostico deve indurre ad utilizzare gli strumenti diagnostici necessari per risolverlo e la gravità della patologia (o la gravità delle conseguenze del mancato suo accertamento) non può che accentuare questo obbligo estendendolo anche alla necessità di indagare sulle ipotesi patologiche più remote. E il medico che venga meno a questi obblighi non può non essere considerato in colpa".
