Cogne, un caso lungo 10 anni
Il 30 gennaio 2002 fu ucciso il piccolo Samuele Lorenzi. Per la giustizia l'assassino è la madre, Anna Maria Franzoni. Ma ancora tanti sono i dubbi e le domande su un fatto di cronaca che ha diviso l'Italia e appassionato l'opinione pubblica. E il macabro turismo nella villetta dell'orrore non accenna a diminuire
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Sono le 8.28 del 30 gennaio 2002: al 118 di Aosta arriva la telefonata di una mamma disperata, che chiede aiuto per il suo bambino che "vomita sangue". Comincia così uno dei casi di cronaca più discussi e controversi, che in dieci anni di polemiche, perizie e colpi di scena, ha continuato ad appassionare l'opinione pubblica. Quella mamma è Anna Maria Franzoni, e il suo bambino il piccolo Samuele Lorenzi. Ucciso, secondo il processo, proprio dalla madre.
Mentre l'autopsia accerta che il bambino è stato colpito alla testa da un corpo contudente, da subito i riflettori vengono puntati sulla mamma del bambino, Anna Maria Franzoni, e l'Italia torna a dividersi ancora una volta tra innocentisti e colpevolisti, trasformando la vicenda di Cogne in un caso giudiziario lungo e difficile, sul quale nel corso di questi anni si sono espressi esperti e non, di ogni genere e valore, e dove non sono mancati neppure anonimi "investigatori" che con lettere e perfino cartoline hanno hanno suggerito agli inquirenti la loro personale verità.
Il primo arresto di Anna Maria
A dare ragione a chi è convinto che Anna Maria, che da sempre si proclama innocente, sia colpevole arriva, il 14 marzo 2002, l'ordinanza di arresto firmata dal gip di Aosta, Fabrizio Gandini. L'accusa è di omicidio volontario e la mamma di Samule viene rinchiusa nel carcere di Torino, dove rimane fino al 30 marzo, quando viene scarcerata su decisione del Tribunale del riesame che accoglie il ricorso presentato dal legale di Anna Maria, Carlo Federico Grosso.
Per il Tribunale gli indizi non sono sufficienti, ma la decisione viene a sua volta annullata il 10 giugno dalla Cassazione, che rimanda tutto ad un nuovo collegio giudicante del Tribunale della libertà che questa volta, il 4 ottobre sempre del 2002, dichiara valido l'ordine di custodia per la Franzoni. Prima che il provvedimento diventi definitivo, il gip aostano, però, lo ritira per cessate esigenze cautelari. La donna resta indagata a piede libero.
Arriva l'avvocato Taormina
A difenderla, ora c'è però un altro avvocato. E' Carlo Taormina che il 25 giugno 2002 la famiglia Franzoni include nel collegio difensivo, provocando l'uscita di scena polemica di Carlo Federico Grosso. Intanto, l'8 aprile 2002, Annamaria a Novara incontra i periti incaricati di accertare se la donna, al momento dell'omicidio, fosse capace di intendere e di volere. La perizia stabilirà che Anna Maria è sana di mente e che lo era anche al momento dell'omicidio.
Prima condanna a 30 anni
Il 19 luglio 2004 il gup di Aosta, Eugenio Gramola, condanna la mamma di Cogne a trent'anni di carcere, il massimo della pena previsto con il rito abbreviato scelto dalla difesa. Per Annamaria , che nel frattempo ha avuto un nuovo figlio, Gioele, non si aprono però le porte del carcere. Insieme al marito Stafano Lorenzi e ai due figli si rifugia nel paese natale, protetta dalla famiglia che non ha mai smesso di credere nella sua innocenza.
La controaccusa ai vicini di casa
Il processo di primo grado non è che l'inizio di un cammino ancora lungo e pieno di sorprese, a cominciare dall'esposto che a fine di luglio l'avvocato Taormina consegna alla guardia di finanza di Roma a nome dei Lorenzi e in cui viene fatto il nome di quello che secondo la difesa sarebbe il vero assassino. Poco dopo la procura di Torino apre un fascicolo, il cosiddetto "Cogne-bis", in cui si ipotizza la creazione di false prove nella villetta e in cui figurano 11 indagati, fra cui i Lorenzi e il loro legale. Del caso principale si torna a parlare il 2 novembre, quando l'avvocato Taormina presenta il ricorso in appello.
Il secondo grado di giudizio si apre il 16 novembre 2005 in una delle maxi aule del tribunale di Torino di fronte a una corte presieduta da Romano Pettenati e a una platea di curiosi che per ben 22 udienze, tanto è durato il dibattimento, ha fatto la fila fin dall'alba davanti al Palagiustizia, improvvisando addirittura una distribuzione di numeri per non perdere la priorità d'arrivo. Di tanto in tanto, in aula, aperta al pubblico ma non a fotografi e cineoperatori per decisione della Franzoni, arrivano anche una rappresentanza del comitato nato proprio per sostenere l'innocenza dell'imputata.
La perizia psichiatrica: "Vizio parziale di mente"
La battaglia inizia già dalla prima udienza, quando il pg Vittorio Corsi chiede una nuova perizia psichiatrica che viene depositata nel mese di giugno. I periti, che hanno lavorato solo sulle carte e sulle registrazioni di alcune trasmissioni televisive perché la Franzoni ha rifiutato di sottoporsi a un nuovo esame, concludono per un vizio parziale di mente e parlano di "stato crepuscolare orientato". Annamaria era stata interrogata qualche giorno dopo l'inizio del dibattimento e ancora una volta ai giudici aveva ripetuto la sua innocenza.
Nuovi sopralluoghi, perizie neurologiche e tecniche, interrogatori colpi di scena caratterizzano anche il processo d'appello che si protrae per oltre un anno e mezzo. Nella maxi aula 6 del Tribunale torinese, il pubblico non manca mai, ogni volta si presenta con la speranza di porter cogliere nei gesti o negli atteggiamenti della mamma di Cogne qualche indizio che possa anche solo alimentare il gossip.
Taormina rinuncia, arriva l'avvocato Savio
L'ultimo colpo di scena quando il legale Carlo Taormina, nel novembre 2006, rinuncia al mandato in aperta contestazione con la corte e con quella che per lui, come ha ripetuto più volte, è "una sentenza già scritta". D'ora in avanti sarà un avvocato d'ufficio a occuparsi del processo, l'avvocato Paola Savio, che dopo qualche mese da legale d'ufficio diventa avvocato di fiducia e impronta la sua difesa al massimo fair play, tanto che lo stesso presidente della Corte, Penettenati, prima di ritirarsi in Camera di consiglio per la sentenza, sottolinea: "E' stata una fortuna che il sistema informatico abbia scelto lei quel giorno in cui la signora era stata abbandonata dalla difesa".
Confermata la condanna di primo grado
Il procuratore generale, Vittorio Corsi e l'avvocato Savio si confrontano per due udienze ciascuno. Il primo, al termine di una requisitoria durata diverse ore, nella quale, uno dopo l'altro, analizza tutti gli elementi clou del processo, dall'arma del delitto, al pigiama, dagli zoccoli al calzino mancante, al ruolo che la famiglia Franzoni ha svolto negli anni in cui si è dipanata la vicenda, chiede, per Anna Maria la conferma della sentenza di primo grado, 30 anni, non senza prima averla invitata a confessare ed aver invocato la pietas della Corte.
Alla pietas del procuratore generale risponde l'avvocato difensore che in due giornate di arringa ribatte punto per punto alle affermazioni dell'accusa e al termine chiede l'assoluzione piena per la sua cliente. Qualche giorno dopo è di nuovo il pg a replicare, conferma la sua accusa e chiede ad Annamaria il coraggio della confessione, mentre la difesa il coraggio lo chiede alla corte. Dicendosi certa dell'innocenza della cliente, appellandosi al "ragionevole dubbio" in processo in cui non ci sono ne arma né movente, chiede alla corte il coraggio di dubitare.
Anna Maria in lacrime davanti ai giudici
La parola fine tocca però ad Anna Maria. Tra le lacrime, la mamma di Cogne, che quel 30 gennaio 2002 chiedeva aiuto per il figlioletto ferito, ora con la voce rotta, ha chiede giustizia. "Siate giusti nel giudizio - ha detto - non ho ucciso mio figlio, non gli ho fatto niente". La corte però decide diversamente e dopo oltre 9 ore di Camera di Consiglio la condanna a 16 anni per l'omicidio del figlio (13 con l'indulto).
Anche la Cassazione respinge: condanna confermata
Contro la sentenza, i legali presentano ricorso in Cassazione che la suprema corte però respinge il 21 maggio 2008 confermando la sentenza emessa poco più di un anno prima dalla corte d'assise di Torino. Anna Maria Franzoni aspetta la sentenza a Ripoli Santa Cristina, sull'Appennino tosco-emiliano, a casa di un'amica. E a casa la raggiungono i carabinieri per notificarle l'arresto e trasferirla in carcere a Bologna, dove si trova tuttora e da dove probabilmente uscirà nel 2014.
Prosegue il turismo dell'orrore nella villetta
E non accenna a diminuire il turismo macabro a Cogne. La processione di gente nella casa di Montroz continua ancora oggi, magari in forma più contenuta. E' ancora l'allora sindaco Osvaldo Ruffier, memoria storica della comunità, a trovarsi a dover indicare il percorso da seguire per raggiungere la villetta di Annamaria e Stefano Lorenzi. "Quella vicenda resterà per noi una ferita incancellabile - afferma l'ex sindaco -. Dopo dieci anni va registrato che ci sono ancora persone che arrivano a Cogne e chiedono indicazioni per andare a vedere di persona la casa dove è stato ucciso il piccolo Samuele. Una pratica che, credo, non si interromperà mai". Il tempo, come racconta l'allora sindaco, ha contribuito a fare decantare la vicenda ma dalle sue parole si capisce che ci sono ancora ferite aperte: "chi ha vissuto la vicenda non potrà mai archiviare le infamanti accuse che ci si è sentiti rivolgere. Ad un certo punto è stata messa sotto accusa mezza Cogne, ma la giustizia ha messo da tempo la parola fine alla vicenda. A noi resta la macchia".
